mercoledì 22 giugno 2016

Servono scienziati pazzi


Nelle ultime settimane mi è capitato di venir coinvolto, in parte on line ma soprattutto dal vivo, in alcune interessanti discussioni sul rapporto tra scienza e magia nel mondo di oggi. A me questo genere di scambio fa sempre un immenso piacere, anche se il più delle volte finisce per farmi detestare un po’ da tutti: in sostanza, gli scienziati mi mandano a quel paese perché parlo loro di magia, e i maghi mi mandano a quel paese perché parlo loro di scienza. 
Quindi ora farò un discorso – temo non brevissimo, perdonatemi! – con cui conto di riuscire ancora una volta a conquistarmi una dignitosa dose di vaffanculo da più parti. 

Discorso che in realtà si può riassumere in un enunciato: sarebbe decisamente ora di gettare nel cassonetto la vecchia, logora distinzione-opposizione tra scienza e magia. 
È figlia del pensiero positivista, aveva un senso e uno scopo alla sua epoca. Oggi non ne ha più, anzi all’atto pratico è persino dannosa. 
Per spiegarmi meglio, devo partire ricordando che la gente spesso confonde la scienza con la tecnologia, a volte usando pure le due parole come se fossero sinonimi. Nei discorsi di tutti i giorni non è un peccato capitale (lo faccio anch’io), ma concettualmente rimane un errore: la scienza è lo studio sistematico e razionale delle regole che fanno funzionare la nostra realtà, la tecnologia è un insieme di soluzioni materiali sviluppate per risolvere problemi di natura pratica. 
Nessuna delle due ha intrinsecamente bisogno dell’altra per esistere, anche se la seconda è sempre riconducibile alla prima. In sostanza: la scienza può esistere anche solo come studio teorico della realtà (e di fatto a volte è così), senza bisogno di produrre applicazioni tecnologiche. Parallelamente, la tecnologia si può sviluppare anche su basi empiriche, senza uno studio scientifico alle spalle, anzi anzi è proprio come è andata per gran parte della storia umana. La scienza come noi la conosciamo ha cominciato a produrre tecnologia solo da pochi secoli (più o meno quattro, a volerla fare proprio lunga): prima le soluzioni tecnologiche nascevano solo dall’osservazione esterna del mondo, dagli esperimenti pratici, dal cosiddetto metodo “per tentativi ed errori”. 
Questo non significa affatto che la tecnologia pre-moderna non funzionasse, o non avesse la capacità di arrivare a soluzioni geniali: il mulino, il cemento, l’acciaio e la polvere da sparo sono tutte invenzioni nate su base empirica (giusto le prime che mi sono venute in mente), che la scienza moderna ha potuto analizzare solo post eventum. Il punto semmai è che oggi, procedendo dalla teorizzazione e dall’analisi scientifica all’applicazione tecnologica, e non viceversa, quest’ultima diventa immensamente più veloce e molto più facilmente correggibile. 

Cosa c’entra tutto questo con la magia? 
C’entra perché, molto semplicemente, la magia è una tecnologia
O meglio è una tékhne: una tecnica (o un insieme di tecniche) che gli esseri umani di tempi lontani hanno sviluppato empiricamente per tentare di risolvere problemi pratici, che a volte coincidevano con quelli risolti dal altre forme di tecnologia e a volte erano di tipo completamente diverso. Allo stesso modo della tecnologia propriamente detta, è nata dall’osservazione della realtà, dall’esperimento pratico, dall’evoluzione “per tentativi ed errori”, e ha sempre avuto tutti i limiti di questo tipo di progresso umano: la lentezza, l’affidabilità altalenante, gli ostacoli alla riproduzione, la necessità di correggere costantemente. 
E, come le tecnologie di cui parlavo sopra, può essere oggetto di analisi scientifica
L’esempio tipico per eccellenza è una storiella che conosciamo tutti (riassunto distillato di fatti accaduti davvero, ben più di una volta): lo stregone di una popolazione primitiva, con erbe e rituali, prepara una pozione che cura la febbre per i membri della sua tribù. Arriva lo scienziato, prende un campione della pozione, lo analizza, isola i principi attivi contenuti nelle erbe e produce un farmaco che può essere usato anche da chi non vive nella tribù dello stregone. 
Sia la pozione che il farmaco sono applicazioni tecnologiche, la prima su base empirica, la seconda su base scientifica. Il principale vantaggio della seconda è che in questo caso è possibile eliminare elementi non strettamente necessari – i rituali – e accelerare il processo di produzione. Ma è fondamentale notare che la seconda applicazione non sarebbe stata possibile senza la precedente esistenza della prima

Di solito è a questo punto del mio discorso che arrivano le prime proteste. 
Quelle degli scienziati suonano più o meno: “Luca, tesoro, lo stregone del tuo esempio faceva uso di principi chimici anche se non lo sapeva, e la chimica è una cosa reale, dimostrabile. I maghi di cui parli tu sostengono di poter influire su elementi casuali della vita umana come la fortuna e la sfortuna, di leggere nel pensiero, di uscire dal proprio corpo, di comunicare con entità la cui esistenza non è in alcun modo verificata. Ma la realtà non funziona così”. 
Quelle dei maghi e degli occultisti (che, va detto, tendono a essere meno educate) suonano più o meno: “Luca, che cazzo dici? La scienza è piena di limiti, è acciecata dalla sua fede in se stessa. La realtà è molto più grande di così, è fatta di magia e la scienza non riuscirà mai a toglierle il suo mistero, il suo fascino, la sua meraviglia”. 
Orbene, questo è il momento in cui spiego una volta per tutte la mia posizione. Ma per farlo mi serve un piccolo passo indietro. 
Io, che a modo mio sono uno stregone del mondo post-moderno, nella vita di tutti i giorni non ricorro mai alla magia se ho già sotto mano una soluzione tecnologica nel senso comune del termine (o meglio, qualche volta lo faccio, ma solo a titolo di esperimento, se sono curioso di vedere cosa succede). 
Tre esempi pratici (e reali), in ordine di difficoltà crescente. 
Se sono a casa mia e mi viene mal di testa, non cerco un incantesimo per farmelo passare: prendo un Moment. Mi sembrerebbe assurdo fare il contrario. Se però mi viene mal di testa mentre sono fuori, non ci sono farmacie in vista e non potrò tornare a casa prima di varie ore, allora uso un incantesimo per farmelo passare. Anche qui, mi sembrerebbe assurdo fare diversamente: se conosco una magia che lenisce il mal di testa (in effetti la conosco) e non ho pastiglie in tasca, la uso, punto e basta. 
Se la mia macchina fa i capricci, la porto dal meccanico e le faccio fare una revisione, non un esorcismo. Ma se la macchina mi si ferma di botto in mezzo al nulla, di notte, magari mentre sta piovendo, se conosco un incantesimo per farla ripartire ovviamente lo tento, prima di chiamare un carro attrezzi e spendere una barca di soldi per farmi rimorchiare a casa (l’ho fatto una volta, e ci sono riuscito). 
Se è un periodo che non riesco a trovare abbastanza lavoro, al di là del fare ricerche costanti e mandare curricula a pioggia non mi vengono in mente soluzioni scientifiche atte alla bisogna. Una mia amica si è trovata di recente in questa situazione, e ha deciso di usare la sua magia: ha cercato un incantesimo appropriato, lo ha trovato, lo ha messo e in atto e dopo un paio di mesi ha dovuto cominciare a rifiutare i lavori che le proponevano, tanti ne sono arrivati. 
Il motivo di tutto questo è semplice: se ho un problema, per risolverlo io uso la migliore tra le tecnologie che ho a disposizione in quel momento. 

E adesso sono finalmente pronto a rispondere alle proteste di cui sopra (anche perché sto blaterando da un po’ troppo…) 
Agli scienziati rispondo: non sarebbe strepitoso avere una tecnologia che guida la fortuna? O un metodo sistematico per viaggiare in forma extracorporea? O provare l’esistenza e la raggiungibilità di intelligenze non umane che vivono accanto a noi? O scoprire che i rituali di quello stregone primitivo in qualche modo cambiano realmente qualcosa nella chimica delle sue erbe, rendendole persino più potenti del farmaco di laboratorio? C’è chi sostiene che le cose stiano così: si può andare a vedere, come si è andati a campionare la pozione dello stregone. 
E' questo che vi fa paura, eh??
Sì, lo so che spesso già lo fate, quando è possibile (con i limiti materiali del caso, in testa a tutti la scarsità di fondi per la ricerca, come mi ripetete sempre). Lo so che a far così tante volte si smette di essere accademici per diventare gli scienziati pazzi dei film, e questo l’accademia non lo perdona. E lo so che per ipotizzare la realtà di gran parte di questi fenomeni servirebbe un cambio di paradigma piuttosto radicale rispetto alla visione dell’universo che abbiamo oggi (anche se meno radicale di un tempo, dopotutto siamo nell’era della meccanica quantistica). Ma concorderete con me – e so che lo fate – che i fondi e i preconcetti sono problemi pratici a cui serve trovare una soluzione, non scuse per lasciar perdere la ricerca. 
Parimenti, agli occultisti rispondo: la scienza non è il nemico, e non lo è mai stata nemmeno quando credeva lei stessa di esserlo. Gli scienziati non sono Uomini Grigi venuti a risucchiare via tutta la meraviglia dell’universo, o mostri che vogliono riprogrammare la mente dell’umanità secondo schemi di loro scelta (ok, qualcuno lo è, ma ogni cesto ha le sue mele marce): sono solo persone che cercano risposte. La scienza non è nient’altro che un’estrinsecazione del desiderio umano di sapere, di capire, di rivelare e quindi di poter agire. La magia, guarda caso, è la stessa cosa: il tentativo di capire, per la pura curiosità come per il bisogno di sentirsi meno impotenti come per l’impulso fondamentale che ci costringe a cercare il nostro posto nel grande ordine delle cose. 
E il momento in cui si arriva a comprendere un meccanismo, a vederlo dispiegarsi, a farlo funzionare, non è la morte della meraviglia: è la sua nascita. 

Nel mio piccolo, io sono convinto che qui ci sia un’importante doppia lezione da imparare. Alcuni maghi (non tutti per fortuna*) possono – e dovrebbero – imparare dagli scienziati l’umiltà davanti al reale, quell’atteggiamento che ti permette di accettare che alcune regole non sono aggirabili, che non c’è nulla di orribile nell’interrogare i misteri e che tutto (probabilmente) può essere meglio compreso. Alcuni scienziati (di nuovo non tutti per fortuna) possono – e dovrebbero – imparare dai maghi che la scatola cranica si può aprire, che i metodi possono espandersi (lo hanno sempre fatto) e che la fantasia, al pari dell’immaginazione e dell’inventiva, può essere uno straordinario motore di conoscenza. 
Insomma, servirebbero più scienziati pazzi e più maghi sani. 
Ne avremmo da guadagnare tutti.


* Ad esempio, date un occhio a The Octavo di Peter J. Carroll (Mandrake of Oxford, 2011) se volete uno scorcio della mente di un mago contemporaneo che pensa come un fisico (con tanto di incantesimi esplicitati in forma di equazioni)

lunedì 30 maggio 2016

Di maghi e guerrieri


Sono profondamente convinto che tutti i maghi dovrebbero combattere. 
A dire la verità sono convinto che tutti nella nostra società dovrebbero combattere, indipendentemente dal sesso o dall’età, ma in questa sede limitiamo pure il discorso ai bazzicatori di pratiche occulte. 
Per combattere – è meglio specificarlo – intendo praticare una qualche forma di violenza fisica codificata. Uno sport di combattimento, se preferite (ma non solo). 

Di solito, se parlo di me stesso, dico di essere “pacifico, non pacifista”. Con questo non intendo soltanto che la mia pazienza è relativamente vasta ma ha un limite (dato piuttosto scontato, che a vari gradi vale per chiunque), ma anche che non mi sembra una buona idea sradicare la violenza dalla società umana
Siamo tutti d’accordo che un mondo in cui non ci si ammazza né ci si aggredisce a vicenda ogni volta che ci gira è un mondo fattivamente migliore: se non devo preoccuparmi ogni sera che tu mi accoltelli nel sonno, dormo meglio. D’altronde la civiltà l’abbiamo inventata anche per questo (con tutto che non sempre funziona), e in ogni caso i campi in cui possiamo competere gli uni con gli altri in maniera ferocissima ma non fisicamente violenta non mancano di certo (forse nessuno lo sa meglio di chi lavora in un ufficio…)  

Il punto è che in natura la violenza fisica fa parte della vita biologica a tutti i livelli, dai microrganismi agli animali superiori. 

Si può decidere di non pensarci, ma è così lo stesso. I batteri si sbranano a vicenda (e sbranano noi, se glielo lasciamo fare); gli animali si aggrediscono, si feriscono e si uccidono per mangiare, per lo spazio vitale, per conquistarsi il diritto al sesso, per difendere i propri piccoli; gli esseri umani, in più, si possono saltare alla gola per le idee, che è una novità tutta nostra. Persino le piante sono fisicamente violente e si assalgono le une con le altre in modi che neanche ci immaginiamo (come dice sempre un mio saggio amico, “Se non si muove non vuol dire che non stia attaccando”), dall’avvelenare il terreno che le circonda per far fuori le rivali all’intramontabile pratica del cannibalismo. 
Con tutto ciò non intendo che mi piacerebbe tornare a un’organizzazione sociale in cui va bene se il mio vicino mi spacca la testa con la clava perché vuole la mia macchina. Non sono psicopatico (non in questo modo, perlomeno). Ma intendo che pensare di vivere in una società che trascenda del tutto la violenza fisica è pura utopia, e – ancor di più – che provarci è pericoloso
Non sono idee nuove, anzi hanno più o meno l’età della civiltà umana: tanto per fare un esempio, per gestire l’impulso alla violenza e disinnescarne le conseguenze abbiamo inventato lo sport, che non è esattamente una pensata dell’anno scorso. 

Finita questa tirata – che magari sembra inutile ma fidatevi che non lo è – torno all’argomento di partenza: perché secondo me tutti i maghi nel mondo di oggi dovrebbero combattere? Sostanzialmente per tre ragioni: 

1. Perché, come ho insistito a dire finora, non possiamo farne a meno. Non possiamo come organismi biologici, non possiamo come specie, non possiamo come società. Siamo programmati per la violenza fisica, è nei nostri geni. E se pensi non dico di poter rimuovere, ma anche solo di poter trascurare una componente fondamentale della tua natura sia di individuo che di essere umano, ti candidi a diventare il peggior mago della storia. 

2. Perché ti fa bene a livello fisico (dato meno banale di quel che sembra) e soprattutto ti fa bene a livello disciplinare. Nessuna forma di violenza fisica è totalmente caotica, nemmeno la più ignorante scazzottata da bar che possiate aver visto in vita vostra. Semplicemente perché la violenza “a caso” non è efficace. Anzi, più un’interazione fisica è organizzata e disciplinata, più aumenta la sua efficacia pratica: millenni di arti marziali stanno lì a dimostrarlo. Una forma di combattimento altamente strutturata è tra le discipline psico-fisiche migliori che un essere umano possa sperare di trovarsi fra le mani. E gli Dèi sanno se i maghi di oggi non hanno un bisogno disperato di disciplina (su questo si potrebbe aprire un discorso molto più lungo, che terrò per un’altra occasione). 

3. Punto più importante di tutti, perché combattere ti toglie tutte le maschere. Chiunque abbia praticato anche solo per un po’ una forma di combattimento lo sa benissimo, e viceversa chi non ha mai combattuto non se lo immagina neppure. Quando combatti ritorni te stesso. Non ti puoi più nascondere. Tutti i personaggi che usi per interagire con il mondo, con le persone che ti sono care, con i colleghi di lavoro, con il pubblico (per chi ha un pubblico) e pure con te stesso svaniscono all’istante. Se sei un timido abituato a fare lo sbruffone, scoprirai che combatti da timido; se sei un tipo fondamentalmente calmo che crede di non essere bravo a controllarsi, scoprirai che combatti con una calma di cristallo; se sei un fascio di nervi che pensa di essersi quietato con gli anni, scendi nell’arena e ti ritroverai come una corda di violino (quest’ultimo caso ovviamente sono io). 
E anche nel caso non te ne accorgessi tu, se ne accorgeranno infallibilmente tutti quelli che ti guardano combattere (e se sono gentili te lo faranno notare). Che ti piaccia o meno, i tuoi compagni di combattimento saranno tra le poche persone che ti vedranno veramente per quello che sei, senza possibilità di scampo. 

Non mi credete? 
Fate la prova. Non ci vuole tanto. 
Personalmente, pratico lo sport più nerd che si possa immaginare: la scherma con la spada laser. E da quando ho cominciato (non moltissimo), tutto quel che ho scritto qui sopra mi appare talmente chiaro che mi fa ridere pensare dei non averlo mai capito prima. 
Insomma, cari amici stregoni, sciamani, occultisti (e non): se volete conoscere un po’ di più voi stessi, imparate a menare le mani. 
Trust me.

lunedì 9 maggio 2016

In uscita il mio nuovo romanzo ^_^


Giusto per dimostrare che non raccontavo balle quando dicevo che sto per uscire con un nuovo libro… sto per uscire con un nuovo libro :-P 

Si intitola Di metallo e stelle – L’apprendista di Leonardo

È un romanzo per ragazzi. Lo pubblica Gainsworth e verrà presentato tra tre giorni (giovedì 12 maggio) al Salone del Libro di Torino. Poi lo troverete anche in libreria e negli store on line (Amazon e via dicendo) dalla settimana prossima, sia in cartaceo che in digitale. 
In realtà non è un libro “nuovo”: l’ho scritto nel 2012, su commissione, come parte di un progetto che poi non si è mai concretizzato. Quest’anno ha trovato casa altrove, e con il trattamento adorabile che Gainsworth gli ha riservato (guardate anche solo questo spettacolo di copertina, opera di Rita Micozzi) non potrei essere più felice di così!

La commissione del 2012 mi chiedeva specificamente di scrivere un fantasy ambientato nel Rinascimento italiano, che avesse per setting un castello e che parlasse di arte, di amore e di mostri. Quel che ne ho tirato fuori lo vedete nella quarta di copertina: 
Milano, 1499.
Il Castello Sforzesco è sotto assedio, fuori dall'esercito francese e dentro da un assassino che nessuno può vedere o fermare. 
La tranquilla esistenza di Giacomo, giovane apprendista di Leonardo da Vinci, viene all'improvviso sconvolta dai segreti blasfemi del suo maestro, che riportano alla luce enigmi, misteri alchemici, veleni e, soprattutto, presenze mostruose. 
Salvare la sua amata Cecilia dalle grinfie del Duca di Milano si trasforma in un'impresa quasi impossibile di fronte alla folle missione che il caso pare avergli affidato: fermare una creatura che non dovrebbe esistere fuori dagli incubi, ma che sembra ben intenzionata a togliergli tutto ciò che ha importanza nella sua vita.  
Attenzione però, non aspettatevi un romanzo storico. Questo è un puro fantasy in ambientazione storica: molti dettagli storici sono corretti, ma gli eventi che vi leggerete (se vorrete leggerlo) sono una mia elaborazione di “come sarebbero potute andare le cose”, non un racconto di come sono andate realmente. Dunque ci troverete alchimia e nobili malvagi, veleni e macchine impossibili, duelli sui tetti e gente che vola, e spero sarà sufficiente per tenervi allegri un pomeriggio (è un libro abbastanza breve, e autoconclusivo). 

Come dicevo sopra, la presentazione ufficiale sarà questo GIOVEDÌ ALLE ORE 12.00 presso lo Spazio Incontri del Salone del Libro di Torino, nell’ambito di un panel intitolato Il Fantasy italiano: genere da proteggere o illusione commerciale?, a cui oltre a me parteciperanno Ester Trasforini – che presenterà a sua volta il suo divertentissimo fantasy La principessa sbagliataJulia Sienna, Ronnie Pizzo, Manou Hanoi e la mia carissima Aislinn come ospite speciale.
Io sarò presente al Salone anche SABATO 14, più o meno per tutto il giorno (se volete incrociarmi provate a messaggiarmi e accendete un cero agli dèi del wi-fi), e mi troverete allo stand di Gainsworth (K11 padiglione 2) per un FIRMACOPIE TRA LE 17.00 E LE 18.00.

Che altro resta da dire…vi auguro una settimana piena di metallo e stelle!

mercoledì 4 maggio 2016

Una notte delle streghe lunga diecimila anni


E così sabato scorso, la notte del 30 aprile, mi ritrovo a Na Kampě, un’isoletta della Moldava nel cuore di Praga, praticamente sotto il Ponte Carlo (se andate dalla Città Vecchia a Malà Strana ve la trovate in fondo al ponte sulla destra). Sono le prime ore della sera, ha appena cominciato a far buio: con me ci sono le tre persone più importanti della mia vita, ho in testa una ghirlanda di foglie verdi e davanti ai miei occhi brucia un fuoco di Beltane. 
Non siamo qui a Praga per questo, anzi fino a pochi giorni prima non avevamo nemmeno idea che nella Repubblica Ceca i festeggiamenti per Beltane fossero una cosa normale. Ma forse il caso non esiste, o forse sono solo fortunato, e l’informazione è arrivata per tempo. Scoprire ora e luogo esatti, peraltro, non è stato facilissimo: la mia guida turistica era assai vaga in merito, le notizie on line erano contraddittorie e la vecchietta del centro informazioni cittadino, con il suo inglese volenteroso ma andante, non ci era sembrata terribilmente convinta. Ma ci ha dato le indicazioni corrette. 
I cechi la chiamano la Notte delle Streghe o il Rogo delle Streghe (Pálení Čarodějnic, non chiedetemi come si pronuncia), e nella migliore tradizione millenaria la festeggiano accendendo fuochi sulle colline in varie parti del paese. A Praga tutto inizia nella piazza centrale di Malà Strana, a un tiro di freccia dalle mura del Castello: verso l’ora di cena si raduna una piccola folla, con molti bambini e un certo numero di donne di tutte le età vestite da streghe. La più anziana potrebbe essere mia madre, la più giovane mia figlia. A una prima occhiata sembrano semplici costumi da carnevale, ma se si guarda meglio non sfugge un po’ di simbologia esoterica qua e là (mi colpisce soprattutto una donna non giovane con un realistico terzo occhio dipinto in fronte). 
Intendetemi, siamo ben lontani dalla folla oceanica del Beltane Fire Festival sulla collina di Calton a Edimburgo, ma non sono nemmeno quattro gatti. 
A un certo punto, guidata da un banditore in abiti medievali che suona un corno, la folla parte in processione per le vie di Praga; la precedono ragazzi in tunica grigia che suonano tamburi di pelle; dietro di loro vengono le donne in costume, che ballano agitando rami d’albero e lanciano grida che avrebbero poco da invidiare a un corteo di menadi; dietro a tutti viene un carretto con l’effige di stoppa di una strega, ovviamente destinata a finire nel fuoco (ad acuire ancor di più la somiglianza con la nostra Befana, il fantoccio porta in mano un sacco traboccante di buste, che immagino siano lettere scritte dai bambini). 
Il corteo, che procede senza alcuna fretta, arriva alla testa del Ponte Carlo, scende giù sulla banchina del canale di Čertovka (che curiosamente significa “Canale del Diavolo”, anche se ho trovato dati contrastanti sull’origine del nome) e si dirige al parco alberato nel centro di Na Kampě, dove la pira per il fuoco è già pronta, circondata di bancarelle, suonatori e artisti da strada. La gente che vede passare il corteo si ferma e naturalmente lo fotografa coi cellulari, ma è palese che non è un evento turistico: non è pubblicizzato da nessuna parte, la gente non ne parla, e sarebbe bastato trovarsi dall’altra parte del ponte per non accorgersene neppure. Chiaramente ai praghesi non sembra una cosa che valga la pena segnalare ai visitatori.
Io e i miei compagni di viaggio siamo in prima fila quando il fuoco viene acceso, e l’atmosfera cambia in maniera percettibile. Il fantoccio brucia subito con una gran fiammata, quasi senza lasciare traccia. Il ritmo dei tamburi si fa ossessivo. Le “streghe” lanciano i loro rami sulla pira e danzano in cerchio attorno al fuoco, le più giovani con movimenti sinuosi, dionisiaci. L’aria della sera si fa sempre più scura, e le fiamme sempre più alte.

Non posso fare a meno di domandarmi a cosa sto assistendo.
Un carnevale locale? Senza alcun dubbio. La folla è piena di bambini che si divertono, anche le “streghe” ridono e fanno smorfie mentre ballano e ogni tanto dalla folla qualcuno per gioco fa il gesto di afferrarne una e gettarla nel fuoco al grido di “Pále! Pále!” (“Brucia! Brucia!”) 
Eppure c’è dell’altro, basta guardare bene. Alcune delle “streghe”, soprattutto le più giovani, gridano e ballano con uno spirito selvaggio che ha ben poco della pura mascherata carnevalesca. Nella penombra, tra la gente, proprio davanti a me, una ragazza con una gonna a fiori punta verso le fiamme le mani con i palmi aperti e le tiene ferme, a lungo, in un gesto inequivocabile. Un’altra (la vedete di spalle in questa foto) si stacca dalla folla, si avvicina al fuoco e resta in piedi, reverente. Uno dei pompieri che sorvegliano il falò la tocca sul braccio e le fa cenno di allontanarsi un po’. Lei obbedisce. E poi si inginocchia. 
Stiamo parlando di un paese dove, lo sappiamo, mezzo secolo di comunismo ha fatto piazza pulita della chiesa cattolica come di quella ortodossa, ancor più nelle teste della gente che per le strade delle città: di antiche chiese ce ne sono ovunque a Praga, ma appena prima di partire leggevo che il 79% dei praghesi si dichiara ateo, agnostico o semplicemente non religioso. 
Ma i fuochi di primavera sono ancora lì, a bruciare sulle colline e nei prati ogni inizio di maggio. Forse ininterrottamente da prima del comunista, del crociato, del soldato romano, del guerriero indoeuropeo. Forse, a modo suo, quel fuoco non si è mai davvero spento negli ultimi diecimila anni. 
Certo, tante cose sono cambiate. Ma tante sono rimaste le stesse. Le donne ballano ancora in cerchio con il ramo di maggio in mano. I tamburi rimbombano. La gente mangia, beve e festeggia alla luce delle fiamme. E sulla pira brucia un’effige che, in un immaginario che non ha più di qualche secolo, può anche passare per una stregaccia medievale da ridurre in cenere, ma rimane sempre e comunque lo Spirito dell’Inverno, la vecchia Dea della stagione morta, la Cailleach, la Befana, che conclude nel fuoco e nella luce il suo mezzo anno di regno.
Non posso sapere quante delle persone riunite quella sera a Na Kampě fossero consapevoli di partecipare a un rito antichissimo, mascherato sì da folclore, ma con una maschera di cartone, ancor meno convinta dei più buffi tra i costumi delle “streghe” praghesi. 
Eppure erano là, c’erano l’anno prima, e ci saranno ancora l’anno che verrà. 
Perché accade tutto questo? I miei amici pagani forse direbbero che gli dèi ci sono e non smettono mai di farsi sentire. I miei amici cristiani, che le superstizioni sono dure a morire. E i miei amici razionalisti, che l’uomo ha sempre bisogno di qualcosa di invisibile a cui aggrapparsi, anche quando diventa inverosimile farlo. Come al solito, una risposta io non ce l’ho. 
Prima di andarmene per tornare alle luci serali e alle belle strade di Praga, anch’io ho lanciato nel fuoco la mia ghirlanda di foglie, assieme a una ciocca di capelli. 
Non abbiamo dimenticato.