lunedì 16 ottobre 2017

Draghi da sella o draghi da macello?


Quando avevo più o meno dodici anni, d’estate, lessi un racconto di Joan D. Vinge intitolato Il re delle tempeste. Parlava di un drago che si insediava nel cavo di un vulcano spento e cominciava a vessare le popolazioni circostanti, e di un principe irritante ed egocentrico, in esilio dalla sua terra, che diventava allievo di una strega nella speranza di imparare un modo per sottomettere il drago e usarlo per riprendersi il trono.
Negli ultimi trent’anni l’ho riletto molte volte. È un racconto strano e ipnotico, che ancora oggi mi trasmette sensazioni difficili da catalogare. Il drago in questione non è in cerca di nulla, non veglia tesori e non si mangia la gente: devasta e uccide per la pura emozione che dà il potere assoluto, perché una forza distruttiva immensa come la sua esige irresistibilmente di essere usata.
Essendo una creatura elementale, quando si leva in volo attorno a lui nasce la tempesta, che con la pioggia lava via dalla sua pelle una miriade di squame multicolori, sottili come polvere d’ala di farfalla. E quando il drago si ritira lascia dietro di sé l’arcobaleno, non segno di speranza per le sue vittime ma tremenda promessa che la tempesta tornerà ancora. Martoriare la terra, però, è un’agonia per il drago stesso, che si sente letteralmente scuoiare vivo dall’acqua che lui stesso crea ogni volta che sale nel cielo. Tuttavia non può farne a meno, consapevole che (parole sue) “è nella natura del potere che lo detiene debba soffrirne, così come ne soffrono le vittime”.

Non dirò come prosegue il racconto: cercatelo, ne vale la pena. Per me quello fu il primo incontro (letterario, per fortuna) con il Drago, o perlomeno il primo profondamente significativo. Tutti noi che amiamo il fantastico ne abbiamo avuto uno. E, probabilmente, su tutti ha lasciato un segno indelebile, come il Re delle Tempeste ha segnato me quell’estate di trent’anni fa. 

Il drago, o più precisamente l’incontro/scontro dell’uomo con il drago, ha subito un evidente processo di “pacificazione” nelle storie della nostra epoca, iniziato già ben prima di Dragon Trainer. Nelle storie antiche il drago finiva ammazzato quasi di default, qualche volta portandosi dietro l’eroe (abbastanza di rado, in realtà). In quelle di oggi, spesso, con il drago si deve gettare un ponte, ragionare, dialogare (pure a suon di coccole…) e il più delle volte gli si finisce in groppa anziché nello stomaco*.
Se chiedete a qualcuno di spiegarvi perché, è quasi automatico sentire risposte del tipo che il drago nei racconti antichi raffigurava il Caos primordiale, la Natura da domare o, nelle storie a declinazione cristiana, il Diavolo e “la roba sua” (le altre religioni, ad esempio), mentre oggi il drago è più facilmente la creatura antichissima e saggia, il dio del mondo naturale, lo spirito-mentore semidimenticato, oppure il “diverso” che va avvicinato e compreso perché, a guardarlo bene, “non è poi tanto cattivo”. 
E tutto ciò a me ingenera da tempo un certo senso di colpa. Perché, a dirla tutta, le storie degli ammazzadraghi a me sono sempre piaciute un casino, fin da quando avevo le mani troppo piccole per i libri (ma non per le action figures).

E dunque, se oggi l’incontro col drago serve a educarci alla cultura del dialogo, questo che cosa fa di me?
Un violento irrecuperabile?
Un antidraghista?
Un nazi-dragonslayer??

Ci ho riflettuto davvero a lungo prima di aprire bocca qui. Parlare seriamente di draghi è un’impresa poco meno eroica che andare ad ammazzarli: si finisce a dover rimbalzare dai miti millenari alle leggende medievali, dal folclore al simbolismo, da Gilgamesh a Merlino, dall’Europa alla Cina, da Tolkien a Martin. E se non sei in grado di farlo rischi di passare per un fantasy-hipster che pontifica su cose che non conosce.
Quindi ho deciso di restringere il più possibile il mio discorso per portare avanti un unico punto. E per farlo ho pescato quattro antiche storie di scontri tra esseri umani e draghi.
Di nuovo, avrei potuto rimbalzare tra cento nomi di ammazzadraghi delle leggende, da Sigfrido a Lancillotto, da Beowulf a Uberto Visconti, da Dobrynya a Ragnar Lothbrok (sì, proprio quello di Vikings, ma per vederlo infilzare un drago dovete spegnere Netflix e leggere la sua saga).
Ho scelto quattro santi cristiani.

L’ho fatto di proposito, e per una ragione ben precisa: l’antipatia che buona parte dei pagani di oggi ostenta per tutto quel che ha appiccicato addosso l’odore del cristianesimo. Che sia un sentimento gratuito o meno è argomento – vasto e complicato – per un’altra occasione: stavolta, su questo blog pagano vi beccate la mitologia cristiana. Se non vi sta bene, nessuno vi costringe a continuare**.
Per chi è interessato ai riferimenti bibliografici, ho preso le prime tre storie direttamente dalla Legenda Aurea (che per l’agiografia leggendaria medievale è quel che l’Edda è per i miti nordici) e la quarta dalla Vita Columbae (che potete leggere qui in traduzione inglese).

So che vi aspettavate di vedere subito san Giorgio. E invece, per la gioia di tutti i miei colleghi giocatori di D&D, inizio con santa Marta che sconfigge la Tarasque. La Marta in questione è proprio quella dell’episodio evangelico di Marta e Maria le sorelle di Lazzaro, quella tipa un po’ saputella che rogna perché sua sorella sta ad ascoltare Gesù anziché aiutarla a badare a una casa piena di ospiti (e, per quanto Gesù dia ragione a Maria, io da casalingo una certa solidarietà sindacale con Marta l’ho sempre sentita…)
Statua odierna della Tarasque, al castello di Tarascona
Fin qui la storia la conoscono tutti, ma in genere solo chi è passato per la Provenza conosce anche la leggenda locale secondo cui, dopo la resurrezione di Gesù, Marta e parenti vari levarono le ancore dalla Palestina (c’erano le persecuzioni) e sbarcarono a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue. Da quelle parti, e in particolare nella città di Tarascona, bazzicava un mostro di origine mediorientale (come fosse arrivato fin lì la leggenda non lo spiega: io presumo a nuoto…) con testa di leone, corpo di tartaruga, sei zampe come uno scarafaggio e un pungiglione sulla coda, che faceva il normale lavoro dei draghi: sbucare dalle paludi e sbranare la gente. Nessun guerriero era mai riuscito a ucciderlo, ma santa Marta lo affrontò a modo suo: a colpi di Ave Maria. Ogni volta che ne recitava una la Tarasque rimpiccioliva sempre di più, finché, divenuta innocua, la santa gli mise una corda al collo la portò in città, chiedendo alla gente di passare alla nuova religione come pagamento per il servizio. E la gente lo fece, ma in un attacco di fifa popolana provvide anche a fare la pelle al povero drago rimpicciolito (esticazzi, dico io!)***


Santa Margherita del Guercino
(che non ha scordato di metterci il drago)
Di santa in santa, passiamo a un’altra che secondo me non conoscete: santa Margherita. In una delle sue leggende era un ragazza di Antiochia nel Terzo secolo, cristiana segreta in una famiglia di pagani, che finì denunciata e arrestata per aver rifiutato le avanches di un prefetto romano (e secondo me se avesse risposto “Mi spiace ma non sei il mio tipo” anziché “No grazie, sono cristiana” sarebbe campata più a lungo, ma tant’è).
Venne torturata per farla abiurare, e mentre stava in cella venne pure aggredita da un drago (ovviamente Satana, secondo la leggenda) che se la inghiottì intera. Ma Margherita era una vera santa badass – non per niente Giovanna d’Arco la vide più volte al fianco dell’Arcangelo Michele – e invece di lasciarsi digerire usò il suo crocefisso per sbudellare il drago dall’interno e sbucare fuori. 
Purtroppo i romani la decapitarono di lì a poco.

E arriviamo finalmente a san Giorgio, lo scannadraghi per eccellenza (anche se poi ne ha fatto fuori solo uno…) La Legenda Aurea piazza la sua impresa in Libia, ma in realtà la storia è venuta in Europa dall’Asia Minore, probabilmente con le Crociate: il mondo cristiano greco-ortodosso è stracolmo di santi ed eroi che sterminano draghi, demoni e mostri a destra e a manca, ci sarebbe da scrivere per giorni solo su quello!
La dinamica di questa “dragomachia” è ben nota: il drago viveva in un lago, armato di zanne, artigli e di un alito che diffondeva pestilenze, e la gente del posto, per non farsi decimare, tirava a sorte bambini e ragazzi da mandargli per cena, come ai bei tempi del Minotauro. Quando toccò alla figlia del re fu una tragedia pubblica, ma Giorgio, con il tempismo che agli eroi viene col pacchetto, passò da quelle parti e caricò il drago con la lancia. Però – attenzione – non lo uccise: lo ferì soltanto. Poi si fece dare dalla principessa la sua cintura per prendere il drago al guinzaglio e, come santa Marta, lo portò in città per riscuotere pagamento in conversioni al cristianesimo. Solo a quel punto lo uccise, e sul posto sgorgò una fonte dalle acque taumaturgiche, subito ufficializzata con una cattedrale.

E veniamo infine ai santi celtici, quella masnada di stregoni cristianizzati che imperversò nel Nord Europa per tutto l’alto medioevo volando, scacciando demoni, riportando indietro i morti e incasinando le leggi della natura peggio di una banda di Chierici di Pelor sotto anfetamine. Probabilmente neanche i santi ortodossi di cui sopra hanno fatto fuori tanti mostri e creature infernali assortite quanti loro.

La scena è stata disegnata mille volte
nella storia, ma questa è la mia
interpretazione preferita
E il loro vero frontman non è affatto san Patrizio – a cui, lo so, si attribuisce la cacciata dei serpenti dall’Irlanda, ma è un dettaglio poco interessante per il mio discorso – bensì san Columba di Iona, quel “Gandalf con la tonaca” (per usare le parole di Gordon White) che nel Sesto secolo convertì la Scozia a botta di miracoli e resurrezioni.
L’incontro con un drago (libro II, capitolo 28 della Vita Columbae) non è il momento più eclatante della sua carriera, che di per sé include imprese ben più mirabolanti, ma è comunque troppo bello per non riferirlo. Un giorno, mentre Columba e alcuni compagni di viaggio camminano lungo un fiume in una zona ancora pagana della Scozia, si imbattono in un gruppetto di persone che sta scavano la fossa per un cadavere. Interrogati, i locali spiegano che l’uomo è stato ucciso da un mostro che infesta quelle acque ed emerge per azzannare i barcaioli.
Prontamente Columba ordina a uno dei suoi compagni di buttarsi in acqua per fare da esca (giuro, la storia dice proprio così) e subito il drago riemerge per la seconda portata del pranzo. Il santo aspetta finché il mostro è appena a una lunghezza di lancia dal poveraccio che annaspa in acqua (again, è proprio quel che dice il testo): solo a quel punto gli fa il segno della croce intimandogli di togliersi dalle palle una volta per tutte, e il drago schizza via come se avesse la coda in fiamme (segue abituale conversione dei presenti).

Se non vi siete ancora annoiati di starmi dietro, vi starete domandando: ma il punto di tutto il discorso qual è?

Il punto, a mio avviso, è che la dicotomia di cui sopra – col drago antico si fanno costolette e col drago moderno si fa amicizia – è priva di senso, o perlomeno è una spiegazione inaccettabilmente superficiale. Che il drago muoia o meno non è rilevante: quel che conta è che il drago cambia.
Il cuore dell’incontro tra l’uomo e il drago è la metamorfosi. Anche nelle antiche storie di morte il drago non muore e basta: quel che fa è trasformarsi, dare origine a qualcosa di nuovo, cambiare pelle, come d’altronde è naturale per il suo genitore linguistico, il serpente (drakon in greco). E questo vale tanto per i draghi “cosmici” affrontati dagli dèi – Marduk spacca in due Tiamat e con il suo corpo forma il Cielo e la Terra, Apollo uccide Pitone e dall’evento nasce l’Oracolo di Delfi… – quanto per quelli più “terreni” affrontati dagli eroi mortali.

Torniamo alle storie dei quattro santi: in conseguenza dello scontro con santa Marta, la Tarasque già muta fisicamente quando è ancora in vita, e la morte la trasforma in un mostro processionale famosissimo e celebrato ancora oggi, tanto da venir inserito dall’UNESCO tra i Patrimoni Orali e Immateriali dell’Umanità. Tra l’altro vale la pena di notare che la santa non sembra affatto intenzionata a uccidere il mostro, anzi “se lo porta a casa” quasi volesse tenerlo come drago da compagnia: è la gente di Tarascona che dà di matto e lo fa fuori dopo essere passata alla nuova religione (conversione di una “sincerità” disarmante, che assomiglia parecchio a “Facciamo come dice la maga straniera che è meglio, manca mai che decida di usare i poteri del suo dio pure su di noi!”)

La Tarasque in versione mostro
processionale, come appare oggi
Il caso di san Giorgio è parallelo (le due leggende sono visibilmente imparentate), tanto che se togliamo la parte “più cristiana” – il santo che scanna l’avversario ormai sconfitto, apparentemente per nessuna buona ragione se non perché i mostri si ammazzano, e la santificazione del macello con un battesimo di massa e una cattedrale – quel che resta è la storia di un drago domato che si tramuta in una fonte dalle acque guaritrici (non dimentichiamo che il suo alito provocava pestilenze).
La vicenda di santa Margherita è forse la mia preferita. Proviamo a guardarla con occhio “narrativo”: abbiamo una ragazza sola e imprigionata, vittima di torture, consapevole che le resta poco da vivere. Il drago che le appare in cella e la inghiotte è palesemente troppo grande per poter entrare in senso fisico nella cella stessa, altrimenti non potrebbe ingoiare un essere umano. Non si tratta di una battaglia concreta: è un sogno iniziatico, una vision-quest. Il mostro la inghiotte, cerca di assimilarla, ma Margherita non ci sta, lotta e ne viene fuori, rimanendo se stessa.
Persino il caso di san Columba, in cui il drago viene solo messo in fuga, produce la sua metamorfosi simbolico-narrativa: un’altra fonte (non la Vita Columbae) ci informa infatti che il fiume scozzese in cui avviene la vicenda si chiama Nesa. È il fiume Ness. Il che fa dell’episodio – probabilmente – la più antica attestazione in assoluto di un’apparizione del Mostro di Loch Ness.

È chiaro che dall’incontro con il drago anche l’uomo esce trasformato: diventa un eroe o un santo o, se lo è già, raggiunge l’apice della sua carriera, perché il drago è sempre il boss finale. E certe volte diventa un po’ drago lui stesso, come Sigfrido che bagnandosi nel sangue del mostro diventa invulnerabile (anche il protagonista del Re delle tempeste fa qualcosa di simile, ma in versione più weird…) A ben vedere, neppure a Hiccup succede qualcosa di diverso: per arrivare a intendersi con Sdentato, deve imparare anche lui a “pensare come un drago”. 
Il drago e l’uomo si mutano a vicenda, sempre, perché è nella natura del primo passare attraverso metamorfosi ed è nella necessità del secondo fare del drago “qualcosa di più utile” all’universo umano. Nel loro incontrarsi, violento o meno, il legame speculare che si forma tra loro è inevitabile, e forse nessuno lo ha compreso meglio dell’anonimo autore del Beowulf, che ci racconta che, quanto l’eroe e il mostro si guardano per la prima volta negli occhi, “…nacque un terrore reciproco, nell’uno come nell’altro, decisi alla catastrofe” (versi 2564-2565). In quello che è forse il momento più toccante dell’intero poema, gli avversari si fissano e ciascuno dei due si spaventa, comprendendo di avere di fronte la propria fine.
Riflessi nei rispettivi occhi, l’eroe e il drago diventano la stessa cosa.

E dunque, draghi da sella o draghi da macello?
La risposta è “Non c’è differenza”. È solo la sensibilità specifica di ogni epoca – più diretta e brutale quella del mondo antico, più delicatina quella contemporanea – che ci dettano come declinare una storia cosmica che rimane sempre fedele a se stesa: la storia di come l’Altro ci cambia, e cambia con noi.

E tutto questo solo perché non mi va di sentirmi in colpa quando un ammazzadraghi sguaina la spada e parte alla carica :-P


* No, Smaug non rientra nella casistica: è nato di recente, ma è la fedele reincarnazione di modelli molto, molto più antichi

** Sui santi nel paganesimo di oggi e nella magia postmoderna ho intenzione di scrivere ancora in tempi brevi, in parte ispirato da questo bellissimo articolo di un mio caro amico

*** Da lombardo, non posso esimermi dal citare anche la leggenda di Tarantasio (nome verosimilmente imparentato con quello della Tarasque), il drago che infestava il lago Gerundo dalle parti di Lodi e che venne ucciso da Uberto, capostipite dei Visconti di Milano. E che appare in tre dei miei romanzi, en passant…

venerdì 6 ottobre 2017

...Ma quindi devo abbassarmi i pantaloni?


Io la devo smettere una buona volta di leggere articoli on line sulla magia del caos, perché regolarmente mi fanno incazzare.

E a farmi incazzare in particolare è l’eterna, ubiquitaria insistenza sulla possibilità di lanciare incantesimi usando la masturbazione. Quasi non esiste (il quasi è d’obbligo) articolo divulgativo sull’argomento, in qualsivoglia lingua, che non parta con lo spiegarvi – con tono ammiccante degno di uno studente di prima superiore – che potete realizzare tutti i vostri reconditi desideri con magie “a portata di mano” (…) che non vi richiedono molto più che sbottonarvi i pantaloni per cinque minuti*.
Faccia da mago postmoderno (secondo loro...)
Mettendo da parte l’ironia, il concetto in sé non è per nulla sbagliato. Riassumendo all’estremo (non è scopo del mio blog insegnare la magia: ci sono già migliaia di libri per quello!) alla base della Chaos Magic c’è il principio dell’istante di gnosi, ossia l’idea che qualunque incantesimo funzioni nel momento in cui la coscienza quotidiana del mago “si spegne” almeno per un attimo, mettendo a tacere il normale chiacchiericcio dei pensieri e concentrandosi esclusivamente sull’intento dell’incantesimo (o, in parole povere, sul desiderio che volete realizzare).
In particolare la funzione dell’istante di gnosi è far tacere il cosiddetto “censore interno”, ossia la vocina nella nostra testa che ci dice che la nostra magia non può funzionare o che sarebbe meglio che non funzionasse (esempio un po’ cretino ma che troverete su gran parte dei libri: se uno tenta un incantesimo per fare soldi, il suo “censore interno” gli pigolerà all’orecchio che la ricchezza rende le persone peggiori, che quei soldi che la magia gli può portare apparterrebbero di diritto a qualcun altro, che il denaro non fa la felicità o semplicemente che la magia non esiste). L’idea alla base della magia postmoderna è che, se per un certo lasso di tempo – anche un secondo soltanto – il mago riesce a concentrarsi solo sul suo intento o sui simboli che lo rappresentano, il “censore interno” per una volta non può a portare a termine la sua opera di auto-sabotaggio e l’intento dell’incantesimo può agevolmente scivolare nell’inconscio, dove avvengono tutte le magie.

Fine del riassuntino.
Cosa c’entra con tutto questo l’autoerotismo?
C’entra perché anche quello è un modo – si suppone abbastanza rapido e di non complicata realizzazione – per spegnere per qualche secondo il cervello. E proprio per questo viene consigliato spesso dall’ABC della Chaos Magic.
Molto spesso.
Troppo spesso.

Prescindendo dal rapporto tra sesso e magia – argomento vasto quanto due o tre oceani che io non ho né la competenza né la voglia per trattare qui** – l’utilizzo magico della masturbazione è ben presente nella storia della magia e, anche limitandoci solo all’ultimo secolo, passa attraverso i lavori di personaggi non esattamente secondari come Aleister Crowley e Austin Osman Spare. 
Grant Morrison nella sua foto più famosa
Ma, se vogliamo guardare in faccia la realtà, a sdoganarlo presso il “grande pubblico” (si fa per dire) della magia contemporanea non sono stati affatto i grandi nomi dell’esoterismo novecentesco: è stato Grant Morrison, il celebre mago-fumettista dalla testa a uovo. In un periodo in cui la sua prima serie di successo, The Invisibles, stava attraversando una flessione nelle vendite (siamo nel 1996), Morrison pubblicò su un numero del fumetto un sigillo da lui formulato invitando i lettori a realizzare un incantesimo collettivo per risollevare le sorti economiche della serie, che consisteva appunto nel concentrarsi sul sigillo usando l’autoerotismo come semplice e veloce mezzo di gnosi. Idea che non faceva una piega sul piano teorico (e che pare aver pure funzionato), ma che ha avuto l’effetto collaterale – alimentato tutt’oggi dai tanti articoletti di cui sopra – di legare a filo doppio Chaos Magic e masturbazione nell’immaginario di troppi maghi postmoderni.

Ora, sarà che personalmente ho poca simpatia per questo metodo e la mitologia che lo circonda, sarà che in generale non mi piace l’idea stessa del sesso rituale (che sia fatto in solitaria o no), ogni volta che l’equazione gnosi-masturbazione rispunta fuori (dai jeans, verrebbe da dire…) a me viene voglia di ricordare a voce molto alta quanti altri metodi di gnosi esistono là fuori, non meno gradevoli e spesso ben più affascinati dell’infilarsi una mano nelle mutande.
E per dimostrarlo ve ne elenco qui sotto non meno di dieci, tratti sia dalla mia esperienza personale che dai migliori testi sull’argomento. E sono solo i primi dieci che mi vengono in mente (tutti i libri citati qui sotto li trovate anche nella bibliografia del blog).

- Le sostanze psicoattive
DMT power...
Sorpresa sorpresa: le sostanze chimiche che alterano la coscienza (in particolare gli enteogeni come la psilocibina o il DMT, ma pure la banale cannabis) mettono a dormire il “censore interno” che è una meraviglia, e infatti vengono impiegate da maghi, streghe, sciamani e mistici di ogni genere dall’alba della storia umana. In Italia il loro uso è illegale (come in gran parte dei paesi occidentali, anche da noi la sola droga alterante permessa dalla legge è l’alcol), ma in altri luoghi non lo è. Il più vicino e facilmente raggiungibile – so di non dovervelo dire io – è Amsterdam. Se volete una valanga di ottime idee su come usare magicamente un trip, il miglior testo oggi in commercio è Getting Higher di Julian Vayne.

- La giusta atmosfera
Se l’idea delle semplici, care droghe amate dall’Occidente – alcol e nicotina – vi mette più tranquilli, sedetevi in una poltrona comoda, a luci basse, circondatevi di oggetti o simboli che vi ispirano, mettete su musica appropriata e versatevi un bicchiere di quel che vi piace di più. Non c’è bisogno di eccedere, anzi è controindicato: quel che conta è creare un’atmosfera di rilassamento sognante, ipnotico. Questa è una gnosi nella quale si scivola lentamente, che spesso dura ben più di un istante e che ha importanti precedenti storici: la più famosa strega “non allineata” (cioè non facente parte di nessuna specifica corrente o religione) della storia moderna, Rosaleen Norton, usava proprio questo metodo per indursi potenti visioni (potete leggere l’affascinante storia della sua vita nella biografia Pan’s Daughter di Nevill Drury). Personalmente, conosco almeno un praticante che lancia incantesimi solo con il relax, due bicchieri di rosso e un sigaro. E funzionano.

- Il respiro
Non c’è bisogno di essere adepti del Pranayama per sapere che cambiare il modo in cui respiriamo può indurre alterazioni drastiche della coscienza, e qualunque atleta o attore professionista ve lo potrà confermare. Già due anni fa avevo scritto un post sull’argomento, che trovate qui. Se c’è un metodo davvero istantaneo e alla portata di chiunque (tranne che degli asmatici, temo) è questo. Provate anche solo con qualche secondo di banale iperventilazione, e vedrete…

- Lo sforzo fisico
Probabilmente avete già sentito parlare del runner’s high, la “botta di euforia” che viene a chi pratica un’attività intensa e prolungata come appunto correre o nuotare. Che lo sforzo fisico provochi il rilascio di endorfine è noto a tutti: è meno noto invece che nel processo euforizzante della ginnastica sono coinvolte moltissime funzioni del cervello, persino i recettori dei cannabinoidi (quelli che ci mandano in botta se fumiamo erba, per intenderci). È anche per questo che l’attività fisica può dare dipendenza, come ben sa chiunque abbia un atleta in casa. Quindi si possono lanciare incantesimi correndo, sollevando pesi o suonando il tamburo come ossessi? Assolutamente sì. Il mio sistema preferito è quello suggerito da Jan Fries nel suo fondamentale Visual Magick: scrivetevi l’incantesimo sulla pelle con qualcosa di lavabile (polvere colorata, farina, fango...) e poi ballate, ballate e ballate ancora, finché il sudore non avrà cancellato ogni segno.

- La meditazione
Il metodo che spegne la mente per eccellenza. Ma se non sapete farla e/o non avete voglia di imparare, c’è una variante più semplice: sdraiatevi al buio, rilassatevi e mettetevi nelle orecchie un mp3 con musica o rumore bianco che riproduca il ritmo delle onde theta (on line se ne trovano moltissimi liberamente scaricabili). È la famosa frequenza in cui l’attività del nostro cervello scivola naturalmente quando siamo in dormiveglia, ed è alla base di tutto il moderno core shamanism: i popoli tribali la producevano e la producono tutt’ora suonando il tamburo a cento battiti al minuto. Alla maggior parte delle persone servono 10-20 minuti per scivolare in trance con questo sistema, ma se riuscite a restare svegli (è molto meglio se lo fate quando non avete stanchezza accumulata…) lo stato ipnotico è assicurato.

- I mantra
Recitare un mantra non è niente di più e niente di meno che l’equivalente verbale del sistema illustrato qui sopra: serve a creare un ritmo interno alla mente, che quieta i pensieri e pian piano “allinea il cervello” su una determinata frequenza. Benché il nostro mondo li associ soprattutto alle spiritualità orientali (budduismo e induismo), i mantra sono sempre esistiti in tutte le culture e in tutte le religioni: se ci riflettete un attimo, recitare il rosario è sostanzialmente la stessa cosa. Dunque potete sedervi, scegliere una preghiera o un mantra che vi ispira e ripeterlo finché la gnosi non arriva: anche questo è un metodo lento, ma vi garantisco che funziona.

- La paura
Un istante di puro terrore è uno dei momenti di massima focalizzazione che la mente umana possa raggiungere, e lo sappiamo benissimo tutti. Quindi è oro per la magia postmoderna. Ma, mi obietterete, non possiamo sapere quando saremo spaventati, perché un istante di vera paura per definizione deve arrivare di sorpresa: dunque come si fa a usarlo per un incantesimo? La mia risposta è: lanciatevi con il paracadute. O fate bungee-jumping. O una qualsiasi altra attività che si possa svolgere in (relativa) sicurezza ma che vi costringa ad affrontare una vostra paura primordiale. E lanciate il vostro incantesimo mentre lanciate voi stessi nel vuoto.

- Il dolore
In The Paradigmal Pirate il chaos magician Joshua Wetzel dice di aver imparato da un amico gesuita una tecnica di auto-tortura che consisterebbe nell’individuare sul nostro polso il punto in cui passa il nervo mediano (filamento nervoso delicatissimo che dà mobilità al pollice) e pungerlo con uno spillo, provocandoci un dolore immediato e lancinante. Lo scopo sarebbe quello di imitare la sensazione di una crocifissione, durante la quale tale nervo viene reciso dal passaggio del chiodo. Se l’idea vi fa orrore vuol dire che siete sani di mente: lo fa anche a me, e sconsiglio a chiunque di provarci (oltretutto mi fido ben poco di Joshua Wetzel quando cita fonti esterne non meglio precisate). Resta il fatto che il dolore è un terribile ma efficace metodo di concentrazione della mente, e infatti viene usato da sempre da mistici e penitenti di tutto il mondo mediante flagellazioni, ustioni, torsioni, scarificazioni e chi più ne ha ne metta. Ma se l’idea di lanciare un incantesimo con il vostro dolore vi attira (e in realtà non c’è nulla di strano in questo, credetemi) il mio consiglio è: fatevi un tatuaggio. Concepite una forma per il vostro incantesimo – un disegno, un sigillo, una scritta – e andate a farvelo tatuare addosso. E durante tutto il processo concentratevi su quel che vi sta accadendo. Il risultato potrebbe meravigliarvi.*** 

- Il Trataka
Un metodo più esotico ma (almeno per me) assai affascinante: si tratta di una tecnica di yoga che consiste sostanzialmente nel fissare un punto preciso senza battere le palpebre, finché lo sforzo non diventa intollerabile (trovate qui una buona spiegazione di come fare, ma on line ce ne sono molte altre). È un sistema interessante perché non richiede nessun particolare accorgimento esterno e non è neppure dispendioso in termini di tempo. Una strega amica mia lo usa sempre per lanciare i suoi sigilli, con notevole successo. 

- I sogni lucidi 
Sì, intendo proprio il fenomeno che consiste nello “svegliarsi” nel bel mezzo di un sogno, rendersi conto che si sta sognando e interagire coscientemente con il sogno stesso. Capita in forma spontanea a tutti, ogni tanto: alcune (fortunate) persone lo sanno fare naturalmente in maniera volontaria, ma chiunque lo può imparare con le giuste tecniche e (in genere) molta pazienza. La sua utilità magica risiede nel fatto che quando sognamo il “censore interno” è spento e la nostra mente raggiunge uno dei suoi momenti di massima libertà. Impararlo se non ci si è naturalmente portati non è semplicissimo, ma ne vale la pena anche solo per le esperienze straordinarie a cui dà accesso, a prescindere dalla magia (e parlo per esperienza diretta). Lo studioso che più si è occupato dell’argomento è Stephen LaBerge e il suo libro più utile per imparare è probabilmente Exploring the World of Lucid Dreaming.

E, come dicevo sopra, questi sono solo alcuni dei moltissimi esempi possibili: si può raggiungere la gnosi caosiana anche con il canto, con un massaggio, con la deprivazione sensoriale, con la riduzione del sonno etc. Se vi interessa approfondire l’argomento, due buoni testi da cui partire sono Stoned Free di Patrick Wells e Douglas Rushkoff e Visceral Magick di Peter Paddon.
Poi è ovvio che possiamo continuare a metterci le mani nei pantaloni, con o senza magia. Ma, almeno, facciamolo senza l’ansia di chi pensa di non avere alternative! :-D



* generalmente l’incantesimo suggerito è il solito sigillo, ovvero, per citare Alan Chapman, “la prima cosa che un mago moderno vi farà vedere se gli chiedete di insegnarvi un incantesimo” (proprio per questo io illustro sempre qualcosa di diverso, per puro spirito di contraddizione)

** se il tema vi interessa, di recente è uscito per la prima volta in italiano il classico di Donald Michael Kraig sull’argomento: non credo esista oggi miglior libro di questo da cui partire

*** se decidete di fare cosa del genere, scegliete con molta cura la vostra magia, perché vi resterà letteralmente nella pelle per tutta la vita, o perlomeno per un tempo molto lungo…