martedì 12 marzo 2013

Perché gli angeli


ORIGINARIAMENTE PUBBLICATO SU FACEBOOK IL 12.03.2013

Attenzione, questo non è un post intelligente: è un post da fanboy.
Io vado pazzo per gli angeli, mi mandano in botta. Ci vado pazzo da quando ero ragazzino – vent’anni fa – e non se li filava nessuno. Oggi sono diventati di moda per via dei paranormal romance, ma dimentichiamocene per 5 minuti.
Chi ha la mia età forse ricorda che nel 1995 uscì L’ultima profezia (in originale The Prophecy), un film di cui è inutile elencare i difetti ma che era – ed è tutt’ora – dannatamente cool. Angeli col trenchcoat prima di Matrix, angeli incazzati che ammazzavano la gente prima di Supernatural, angeli che apostrofavano gli esseri umani chiamandoli "scimmie parlanti" e passavano la loro esistenza "lodando Dio, ma sempre con un’ala intinta nel sangue". Non è stato lì che sono entrato nel tunnel degli angeli, ero già dentro, ma quel film è stato il punto di svolta.
Ora, perché mi piacciono gli angeli? Tre ragioni in ordine sparso:

1) gli angeli non sono buoni. Non cercate lontano, leggete la Bibbia: gli angeli ammazzano i bambini (Esodo, 12), spianano le città (Genesi, 19), storpiano la gente (Genesi, 32). E quando fanno di testa loro anziché obbedire, non va meglio: negli apocrifi vedrete angeli che schiavizzano la razza umana, insegnano stregonerie e partoriscono mostri.

2) gli angeli sono strani, ma strani tanto, sono quasi weird. Nei testi religiosi troverete angeli con rastrelliere di ali multiple, angeli con occhi sulle ali (no, non è stato Guillermo del Toro il primo a pensarci), angeli con teste e arti di animali, angeli con facce sulla schiena, angeli a forma di ruote di fuoco parlanti. Nella mistica araba ci sono angeli con le viscere di ferro e angeli che producono la realtà col rumore delle loro piume.

3) gli angeli hanno problemi di taglia epica, da supereroi. Hanno responsabilità enormi, se si fanno scrupoli di coscienza finiscono nel fuoco eterno, se fraternizzano coi mortali sono cavoli amari per tutti. Le loro storie (romance a parte) sono storie di guerre fratricide, di ambiguità morali, di scelte atroci, di passioni titaniche che provocano catastrofi.

È per questo che vado su di giri quando sento un brano metal che parla di angeli. Che penso che Days of Blood and Starlight di Laini Taylor sia un libro strafico. Che amo gli angeli filosofici di Steven Brust, i nephilim sporchi e cazzoni di Richard Kadrey, gli angeli-avvocati di Tad Williams, gli angeli weird di Hal Duncan, e persino gli angeli un po’ sfigati di Thomas Sniegoski.
E voi? Leggete storie di angeli? E se sì, quando vi piacciono? Quando si innamorano? Quando uccidono? Quando si ribellano? Quando non sanno cosa fare? Quando sono misericordiosi? Quando sono mostri di luce e fuoco?

sabato 19 maggio 2012

My Life as a White Trash Zombie di Diana Rowland


ORIGINARIAMENTE PUBBLICATO SU URBANFANTASY.HORROR.IT IL 18.05.2012


Cervelli al cioccolato per tutti!

Di moda in moda, dopo le fiabe del mese scorso questa volta parliamo di zombi. Metto le mani avanti dicendo che l’argomento mi prende poco e dunque non sono per niente un esperto, ma qualcosa mi è passato sotto gli occhi e comunque – diciamocelo – i mostri sono tutti belli!
Negli ultimi anni abbiamo avuto zombi un po’ in tutte le salse, da quella di budella a  quella di soia. Personalmente ai classici zombi rampage preferisco le storie coi morti viventi protagonisti, come – pesco a caso tra le mie letture – Dust e Frail di Joan Frances Turner, dove gli zombi girano in bande di teppisti con troppo tempo libero che ricordano i cari vecchi vampiri da marciapiede degli anni Ottanta (quelli di Ragazzi perduti e Il buio si avvicina, per intenderci). Oggi ci sono persino i paranormal romance sugli zombi. "Cosa?!" direte, "Ragazzine innamorate perse di bei figoni che intanto marciscono e perdono pezzi in giro??" Altroché! Vedete ad esempio Dearly Departed di Lia Habel, che non è nemmeno un brutto romanzo. Ma non è di questi che voglio parlare bensì della mia zomba preferita, Angel Crawford, protagonista dello spassoso My Life as a White Trash Zombie (2011).
Per i poco anglofoni, ‘white trash’ è l’espressione gergale che indica gli americani bianchi di bassa estrazione sociale, particolarmente negli Stati del sud: quella gente che in genere vive in una roulotte, beve troppo, non riesce a tenersi un lavoro e così via (se guardate True Blood avete presente benissimo cosa intendo). La "spazzatura bianca" di turno è appunto la nostra Angel, che passa la sua vita da schifo in un paesino insignificante della Louisiana (patria per eccellenza dello zombi americano DOC, nonché patria dell’autrice) con corredo di roulotte, padre alcolizzato, madre scappata, fidanzato va’-e-vieni e notevoli quantità di birra e droghe. Una sera, tornando a casa ubriaca e strafatta, ha un tremendo incidente d’auto e si risveglia… morta stecchita.
Cosa le sia successo per lei è un mistero, ma in breve il presente diventa più importante del passato e, sorprendentemente, da morta la sua vita migliora. Un anonimo benefattore – colui che l’ha resa zombi? – le trova un lavoro come assistente del coroner locale, e Angel scopre pian piano e un po’ a casaccio un mondo intero di morti che vivono tranquilli tra i vivi, gestendo come possono il loro problema principale: la fame di cervelli.
Già, perché stavolta la morte vivente funziona così: se uno zombi si nutre regolarmente di materia cerebrale umana resta integro e sano di mente; se smette di farlo ricomincia a marcire e la fame prende il sopravvento (inoltre più uno zombi fa vita attiva e più la fame cresce, dunque la maggior parte degli zombi è pantofolaia e guarda tanta tv sdraiata sul divano). Ah, come i vampiri, direte voi. Sì, solo che un vampiro può bere un sorso e via, può cacciare tra le ragazze in discoteca, può anche farsi un cicchetto di sangue di topo: uno zombi mangiacervelli che ‘va a cena’ in discoteca… lasciamo perdere.
E quindi via libera a un underground di zombi che lavorano in obitori, ospedali e imprese di pompe funebri, che trafugano cervelli dove possono e se li scambiano come cestini da picnic – ogni tanto assieme alle ricette per renderli più buoni – e che in generale tentano di non rendersi troppo evidenti. Perché non tutti i vivi ignorano la loro esistenza, e c’è anche chi si arma di machete e decide che un mondo senza zombi starebbe meglio, come Angel scoprirà presto sulla sua livida pelle. D’altronde, si sa, le paludi della Louisiana sono sempre pronte a ingoiare cadaveri senza nome…
Avrete capito che My Life as a White Trash Zombie non è esattamente una lettura impegnata, ma se cercate solo un po’ di (in)sano divertimento senza troppe pretese qui ne troverete, soprattutto a stare nella testa della protagonista e a calarvi nel suo peculiare punto di vista. Angel è una simpatica bastarda, cresciuta con poco affetto e tante legnate, ignorante come una capra ma dotata di inventiva, che arriva a frullare i cervelli con latte e cioccolato per poterseli conservare in una forma accettabile a chi dovesse per caso guardare nel suo frigorifero. Avrete anche capito che si tratta di un romanzo disgustoso all’estremo, pieno di grotteschi ma spassosissimi dettagli medico-necrofilici, oltretutto autentici dal primo all’ultimo (zombismo a parte, spero…) dato che l’autrice ha potuto saccheggiare la sua esperienza pluriennale di esperta forense e assistente d’obitorio (e se, come me, pensavate che la gente della Louisiana non dev’essere tanto normale, questa forse ne è la conferma definitiva).
Le avventure della putrida ma ottimistica Angel proseguono nel secondo volume della serie, Even White Trash Zombies Get the Blues, in uscita quest’estate. E permettetemi di chiudere con un commento sulla copertina: come insegna il proverbio, non è da quella che si giudica un libro, ma secondo me questa è semplicemente meravigliosa!



AGGIORNAMENTO: nel frattempo la saga della White Trash Zombie è andata avanti e per ora (agosto 2015) conta quattro volumi, con il quinto (White Trash Zombie Gone Wild) in uscita a ottobre:

My Life as a White Trash Zombie (2011)
Even White Trash Zombies Get the Blues (2012)
White Trash Zombie Apocalypse
(2013)
How the White Trash Zombie Got Her Groove Back
(2014)

venerdì 6 aprile 2012

The Uncertain Places di Lisa Goldstein


ORIGINARIAMENTE PUBBLICATO SU URBANFANTASY.HORROR.IT IL 05.04.2012

The Uncertain Places di Lisa Goldstein
Quando le fiabe non hanno proprio nulla di romantico

Visto che la moda del momento sono le fiabe, offro il mio contributo. Ma anziché libri che parlano di streghe cattive, changeling disadattati o bellissimi principi fatati perdutamente innamorati di ragazzine mortali vi propongo qualcosa di diverso, e di assai meno rassicurante: The Uncertain Places di Lisa Goldstein.
Premetto che questo è un romanzo che dà il meglio di sé al lettore che non sa cosa aspettarsi (io l’ho letto senza conoscere nulla della trama), quindi se vi fidate del mio consiglio non proseguite con l’articolo ma andate di corsa a comprarvi il libro.
Se invece volerne saperne di più…
Negli anni Settanta nei dintorni di Berkeley, tra strade invase di hippie colorarti, strafatti e un po’ incazzati con il governo, vive una famiglia fatta di sole donne – madre divorziata e tre figlie – diversa da tutte le altre: sta in una casa ottocentesca circondata di vigneti, non ha un solo problema al mondo e qualunque cosa i suoi membri intraprendano, che si tratti di studio, carriera, arte o persino attività criminali, riesce sempre perfettamente. Una fortuna che non ha niente di naturale, e che non viene senza un prezzo: obbedendo a un patto siglato nell’Europa del Seicento tra il capostipite della famiglia e un’entità misteriosa, a ogni generazione una figlia femmina cade nel sonno e dorme per sette anni, mentre il suo spirito – o meglio ancora il suo "doppio" – viene tenuto prigioniero… altrove.  E così è stato per secoli.
Ma quando una di queste vittime designate si trova per fidanzato un ragazzo ignaro di tutta la faccenda ma intelligente, tenacissimo e assolutamente deciso a trarre in salvo la sua ragazza, la stabilità del patto è minaccia e le entità che ne traggono beneficio scendono in campo per dare battaglia.
The Uncertain Places è innanzi tutto un romanzo oscuro, che riesce – impresa non da poco nel panorama urban fantasy odierno – a restituire le creature fatate alla dimensione inquietante, a metà tra sogno e incubo, della tradizione fiabesca più antica. Il loro è un mondo del tutto alieno al nostro, grottesco nel migliore dei casi e infernale in tutti gli altri, che gronda come un’emorragia nella nostra realtà laddove i confini tra le due dimensioni si fanno indistinti (i "luoghi incerti" del titolo) per portare doni ambigui ed esigere in cambio prezzi spaventosi.
E in effetti un terribile senso di ambiguità pervade tutta la storia, a partire dai protagonisti, che scoprono sulla loro pelle che cosa significa dover scegliere tra il ‘fare la cosa giusta’ e una vita baciata da una fortuna unica al mondo: niente sfiga, niente incidenti o malattie, successo garantito dalla culla alla tomba. Vuoi diventare ricco? Vuoi essere famoso? Una rockstar? Un attore di Hollywood? Ci provi, e funziona. Sempre. E in cambio non si deve uccidere nessuno: basta consegnare una ragazza all’uso e all’abuso del mondo fatato per sette anni della sua vita. Ok, ogni tanto qualcuna ci resta secca, ma è molto raro. E comunque la colpa è dei fatati, chiaramente.
Che dite, l’idea non vi tenta nemmeno un po’?...
L’alternativa è mettersi contro creature millenarie che hanno dato vita a incubi e leggende. Esseri che possono entrare nella tua vita in ogni momento, come un morbo, che ti osservano dagli occhi degli uccelli sui cornicioni, che ti ritrovi di fianco mentre cammini per strada, pronti a trascinarti via dal tuo mondo e a tenerti schiavo nel loro, a recitare per sempre versioni orride e deformi delle fiabe che leggevi da bambino (nota totally nerd per i giocatori di ruolo: a chi ama Changeling: the Lost questo libro piacerà un botto).
Certo, puoi tentare di patteggiare con loro, come i mortali fanno da sempre, e ti vedrai offrire tesori incantati e poteri sovrumani in cambio di richieste apparentemente ragionevoli. Un gioco in cui i fatati sono maestri, e di cui tu non conosci le regole. E la posta si calcola in vite umane.
Ma non saresti completamente disarmato: avresti le fiabe dalla tua parte. Proprio quei racconti che i fatati stessi hanno tentato inutilmente di sradicare dalla conoscenza dei mortali, che ti rivelano – almeno in parte – come ragionano e che cosa vogliono i tuoi avversari.
Saresti in grado di usare le fiabe come un’arma da guerra?
E se anche riuscissi a batterli al loro gioco e riavere indietro la tua innamorata, cosa faresti accorgendoti che non basta questo a cacciare il loro mondo via dalla tua vita?
Al netto di tutto ciò, The Uncertain Places non è un romanzo ‘facile’: la trama superficialmente lineare nasconde un gioco di rimandi complesso e ambizioso, che potrebbe farvi venir voglia di rileggere la storia più volte a caccia di ‘quel che non avevate notato la prima volta’, e magari – come è accaduto a me – farvi fermare a metà lettura per domandare a voi stessi “Ok, ma io che decisione avrei preso, se mi fossi trovato in una situazione come questa?...”
E, ve lo garantisco, non troverete una risposta semplice.

martedì 6 marzo 2012

Gods and Monsters di Kelly Keaton

ORIGINARIAMENTE PUBBLICATO SU URBANFANTASY.HORROR.IT IL 06.03.2012


Il ciclo Gods and Monsters di Kelly Keaton
Ignorate le copertine da romance: in questi libri si menano i mostri. E anche gli dèi

Siccome scrivo in questo spazio ogni uno-due mesi, non posso parlare sempre di saghe o libri strafighi: non escono saghe o libri strafighi ogni uno-due mesi (o quantomeno io non li trovo!) Quindi ogni tanto, come ora, parlerò di opere "soltanto carine", che meritano un po’ d’attenzione. Giudizio soggettivo, chiaramente, ma non è una novità: le mie non sono recensioni, solo consigli personali di lettura. Questo mese ho scelto dunque il bizzarro ciclo Gods and Monsters di Kelly Keaton, che per adesso conta due titoli, Darkness Becomes Her (2011) e A Beautiful Evil (2012), e non è ancora concluso.

(Seguono alcuni spoiler, sono inevitabili: se non li volete leggere, saltate alla fine!)

Ari è una ragazza orfana della Louisiana, con alle spalle un passato di abusi e di fronte una missione autoimposta: andare a New Orleans e scoprire cosa è accaduto a sua madre, internata in manicomio e morta suicida subito dopo la sua nascita. Ha anche due occhi di un verde-azzurro poco naturale e una cascata di lunghissimi, biondissimi capelli che ricrescono in pochi giorni anche se vengono rasati a zero. E, non appena inizia la sua ricerca, si trova alle calcagna certi loschi figuri che portano in spalla scudi lucidi come specchi, non muoiono se gli spari e sembrano ben intenzionati a farla fuori.
Non vi interessa? Vi pare poco originale, trito, già sentito?
Ok, andiamo avanti. Non siamo nel presente ma nel 2026. New Orleans è stata spazzata da un nuovo uragano nel 2013, e stavolta sono rimaste solo macerie. Il Cimitero Lafayette è diventato una palude, con le tombe che spuntando dalla fanghiglia. Ci sono coccodrilli in periferia. Le nove famiglie più ricche e influenti della città hanno comprato dal governo i resti dell’abitato e ne hanno fatto la prima "città privata" d’America. Ovviamente per scopi che non c’entrano soltanto con la ricostruzione edilizia.
Ancora nulla?
Alziamo il tiro: all’insaputa degli uomini, gli antichi dèi sono in guerra, da più di mille anni. Se ne sono già date talmente tante che i pantheon tradizionali non esistono più: restano solo due fazioni composte dai superstiti, che ormai hanno come unico obiettivo lo sterminio della parte avversa. Uno dei due schieramenti è capeggiato dalla dea Atena, che adempiendo a una profezia primordiale ha assassinato suo padre Zeus, ne ha preso il posto ed è uscita di testa. Sotto i suoi colpi sono cadute molte altre divinità, di cui lei ha assorbito le caratteristiche, ma nel caos della guerra è anche andata perduta l’Egida – lo scudo a cui era affissa la testa mozzata della gorgone Medusa – l’unica arma in grado di pietrificare qualunque cosa vivente, inclusi gli dèi. Urge creare una nuova Egida se si vuole vincere la guerra. E per farlo serve una nuova testa.
Se ancora non vi basta, aggiungete semidei esperti di arti marziali, sacerdoti vudù, donne-ragno, ragazzine gotiche con dentature da alligatore, immense biblioteche nascoste in un’anfora e una manciata di mostri più convenzionali, come lupi mannari e vampiri. E, ovviamente, pietrificazioni.
Se a questo punto non vi si è smosso niente, non leggete questi libri: non vi mancheranno alternative per riempirvi le serate. Se invece vi siete incuriositi, troverete pane per i vostri denti. Certo, dovrete ignorare l’insipida presenza dei vampiri e, se non vi piace il romance, anche le parti sentimentali (che peraltro non sono molte), ma al netto di questo avrete tra le mani due libri scorrevoli, ritmati, pieni di azione, con parecchia violenza e non privi di idee interessanti. La storia è prevedibilissima, ma in quella maniera quasi rassicurante che è tipica del ‘genere puro’. La protagonista ha diciassette anni, tutte le paranoie della sua età e ogni tanto le viene da piangere, ma è anche la figlia adottiva di due cacciatori di taglie professionisti, perciò mena, accoltella e spara come se fosse la sorella perduta dei fratelli Winchester. E io approvo.
Va da sé che la aspettano nuove amicizie, nemici inumani, un amore incasinato, battaglie per le strade di New Orleans, un’operazione di commando nel cuore stesso dell’Olimpo e al vertice di tutto Atena in persona, che ha smesso di essere la compassata civetta della tradizione per diventare il corvo dei campi di battaglia. Vero che una brava ragazza non lo è stata mai – era pur sempre la dea della guerra – ma oggi veste di pelle (quella del titano Tifone), non si pettina più e ha ceduto allegramente alla sua vocazione di sadica vendicativa e creatrice di mostri, capace di alzarsi una mattina e spianare una città perché le sembra una buona idea.
Son finiti i tempi di Lady Isabel.
Insomma, Kelly Keaton gioca con le mitologie e lo fa senza troppi pensieri: il risultato magari non ha la compattezza poetica di Rick Riordan o l’esilarante originalità di Kelly McCullough, ma riesce a essere divertente, e tanto basta. Perché, se non si fosse ancora capito, Darkness Becomes Her e A Beautiful Evil sono letture da momenti di relax, del tutto disimpegnate e prive di "profondità". Ma ci vogliono anche questi libri da divano, agili sia da maneggiare – io li ho letti in formato Kindle, ma sono volumi di piccole dimensioni – che da leggere: l’importate è sapere cosa si ha tra le mani. E Gods and Monsters è relax di qualità.

lunedì 13 febbraio 2012

This Dark Endeavour di Kenneth Oppel


ORIGINARIAMENTE PUBBLICATO SU URBANFANTASY.HORROR.IT IL 13.02.2012


Anche il dottor Frankenstein ha avuto sedici anni.
E già allora non ci stava con la testa… 

Dopo un mese di buco – perdonatemi, a gennaio ho avuto troppo da fare – torno da voi per parlare di un libro che a dirla tutta non è propriamente urban, e forse neanche propriamente fantasy. L’autore, canadese, classe 1967, praticamente inedito in Italia se si eccettuano un paio di suoi libri per l’infanzia, non è un nome nuovo per chi legge steampunk in inglese (Airborn, Skybreaker, Starclimber) e pur essendo abbastanza giovane ha già firmato più di venti romanzi. E questa volta le sue due anime, quella di scrittore per ragazzi e quella steampunk, collidono in una storia che parte da un’idea secondo me fichissima: raccontare l’adolescenza di Victor Frankenstein.

Sì, quel Frankenstein: un ipotetico prequel (o l’inizio di un prequel, visto che si stratta di una trilogia) al libro di Mary Shelley. Abbiamo dunque Victor, ricco e sfaccendato figlio di nobili in una Ginevra di fine Settecento incastrata tra il secolo dei Lumi e un medioevo che non ha nessuna voglia di scomparire, e abbiamo suo fratello gemello Konrad (“Un attimo” sta già pensando qualcuno, “ma nel Frankenstein il dottore mica aveva gemelli!”: pazienza, ci arrivo dopo). E ovviamente abbiamo Elizabeth, la cugina orfana adottata dalla famiglia Frankenstein, di cui chi ha letto Mary Shelley già conosce il destino. I tre crescono insieme, e a sedici anni sono ovviamente compagni d’avventure e di malefatte. Dei gemelli, Konrad è quello estroverso, brillante, che piace alla gente; Victor di contro è cupo, irascibile, ossessivo e, inutile dirlo, ha verso il fratello un mostruoso (mai termine fu più appropriato!) complesso d’inferiorità. Chiaro che a entrambi la cugina piace parecchio, e altrettanto chiaro che tra i due lei sceglie Konrad.
Per farla breve e senza spoiler: Konrad si ammala gravemente per un disturbo congenito del sangue, la medicina del tempo può solo allargare le braccia e Victor, che pur con tutte le complicazioni del caso ha con lui quel genere di legame che c’è solo tra gemelli, non trova altra soluzione che rivolgersi all’arte negletta e screditata dell’alchimia. Con l’aiuto di un libro in codice dissotterrato dalla Biblioteca Oscura (nascosta nei recessi del castello dei Frankenstein e nella quale il padre dei gemelli ha tassativamente proibito loro di metter piede) e con quello di un inquietante alchimista paraplegico di Ginevra, il futuro creatore di mostri si imbarca nell’impresa di produrre un elisir in grado di risanare Konrad. Impresa che porterà lui ed Elizabeth a rischiare la vita contro rapaci giganteschi, pesci preistorici, labirinti sotterranei, felini dall’intelligenza umana e alla fine un sacrificio che chiederà a Victor di accogliere l’orrore nella sua stessa carne. E, se ancora non bastasse, c’è un’altra piccola complicazione: morto Konrad, Elizabeth sarebbe ‘libera’, e anche Victor ci ha pensato…
Se non vi sembra una storia originale, avete ragione: non lo è. Non è questo il suo punto di forza. Lo sono invece l’atmosfera – tenebrosa, gotica, malsana, e nello stesso tempo vibrante di vita – la potente e credibilissima caratterizzazione dei personaggi e, più di tutto, l’insolita prospettiva in cui l’autore presenta la scienza settecentesca e più in generale la ‘realtà’. This Dark Endeavour non è assolutamente un romanzo steampunk, eppure Kenneth Oppel riesce a far sembrare ‘futuristiche’ le scoperte mediche e le nuove tecnologie di allora, ossia a farle vedere al lettore alla maniera in cui dovevano vederle le persone di quel tempo: non macchine immaginarie ma fantascienza che stava diventando realtà. Con un meccanismo simile, elementi che non sono propriamente fantastici – o meglio che non appartengono in toto al mondo dell’immaginario – come i feroci rapaci delle foreste alpine e gli enormi pesci sotterranei si mostrano attraverso la ‘lente’ con cui li vedono i protagonisti, divenendo a tutti gli effetti degli autentici mostri, non meno orribili o credibili dei mostri propriamente detti. Se ci aggiungete l’alchimia, i sentimenti ambigui e una buona dose di sangue penso possiate capire perché dico che questo libro mi è piaciuto.
Ovvio che i richiami al Frankenstein originale sono tantissimi, sia evidenti che ‘nascosti’: da buon prequel, deve porre le basi per quel che accadrà dopo. Ma sono tante anche quelle che a prima vista si direbbero ‘libertà’ che l’autore si è preso dal libro di Mary Shelley, prima fra tutte quella di dare un gemello al buon dottore. Al netto del fatto che, da come la vedo io, scelte del genere non tolgono nulla alla validità dell’opera, riflettete su questo: nel Frankenstein è il dottore stesso a raccontare la sua storia al capitano Walton che lo ha tratto in salvo dai ghiacci del Polo Nord. Quindi ha raccontato quel che voleva raccontare, libero di tacere qualunque cosa lo mettesse troppo in imbarazzo o non si adattasse all’impressione che voleva trasmettere al suo salvatore. Sovra-interpretazione da parte mia? Forse. Ma lasciatemelo fare: la lettura è anche un gioco!
Solite info tecniche di chiusura: il romanzo, uscito l’anno scorso, è pubblicato da Simon & Schuster in America e da David Fickling Books in Gran Bretagna e, tanto per cambiare, i diritti cinematografici sono già stati opzionati (il che, come ben sappiamo, non significa in automatico che si farà davvero un film, ma in questo caso io ci spero, perché il romanzo si presterebbe bene). Il secondo volume della trilogia, Such Wicked Intent, è previsto per quest’estate. E, in tutta sincerità, io lo aspetto con ansia.



AGGIORNAMENTO: ho letto Such Wicked Intent non appena è uscito e mi è piaciuto ancor più del libro precedente. E' da allora che aspetto che la saga vada avanti, ma per ragioni che mi sono ignote Oppel non ne ha più pubblicati altri...

venerdì 2 dicembre 2011

Drink, Slay, Love di Sarah Beth Drust


ORIGINARIAMENTE PUBBLICATO SU URBANFANTASY.HORROR.IT IL 02.12.2011

Vampiri. Liceali. Unicorni. Gelatai depressi. 
Questo libro fa ridere. Giuro 

Ci sono libri che non hanno bisogno di tante chiacchiere per rivelare se stessi: basta la trama.
Pearl è una vampira sedicenne, nata e cresciuta in una famiglia di vampiri (in questa storia i vampiri possono, con difficoltà, avere figli "per via tradizionale"; figli che ovviamente nascono non-morti e crescono tali). Abita in un paesino insignificante del Connecticut, ha un fidanzato (vampiro) della sua età e non ha mai conosciuto altro ambiente che quello del suo vasto parentado di vampiri, fatto di fratelli, sorelle e zii uno meno sano di mente dell’altro.
Una sera, mentre esce dalla gelateria notturna che frequenta sempre – il cassiere mangia un botto di gelato e ha il sangue dolce – si imbatte in un unicorno che sta rovistando nella spazzatura sul retro. La bestia, poco simpaticamente, la impala con una cornata, e Pearl è convinta che siano arrivati i suoi ultimi istanti di non-vita. Invece si risveglia a casa: la famiglia, che l’ha tratta in salvo, ritiene che sia stata vittima di un cacciatore di vampiri, perché da quando in qua esistono gli unicorni??

Ma nei giorni successivi la faccenda si complica: Pearl comincia ad apparire negli specchi e a resistere alla luce del sole. Nessuno se lo sa spiegare, ma la famiglia trova prontamente un modo per utilizzare la novità e iscrive Pearl al liceo cittadino. La ragione è presto spiegata: a breve la famiglia dovrà ospitare un’importante cerimonia presieduta dal temutissimo Re Vampiro del New England, e ovviamente fornire appropriati rinfreschi agli ospiti. Che c’è di meglio, dunque, di una figlia obbediente che ti porta a casa qualche compagno di liceo per un po’ di "doposcuola", o che magari ti organizza il ballo di fine anno in casa nella stessa sera della cerimonia vampiresca? (se state pensando a Carrie o meglio ancora a Buffy, non temete: ci hanno pensato anche i personaggi del libro).
E così Pearl si trova catapultata da un giorno all’altro nella realtà delle scuole superiori, senza sapere un fico secco del mondo dei teenager mortali, senza capire tanto bene il concetto di "ironia" e soprattutto senza aver mai guardato in vita sua un essere umano vedendo qualcosa di diverso da una bistecca con le gambe. Certo, il suo istinto infallibile nel valutare i rapporti di forza e debolezza all’interno di un gruppo le è d’aiuto (dopotutto la sua è una razza di predatori, eccheccavolo!), ma qui si tratta di affrontare mostri di tutt’altro genere: professori con tendenze sadiche, modaiole inferocite, nerd brufolosi pronti a venerarla come una dea e, immancabilmente, un ragazzo un po’ troppo affascinante e che forse sa un po’ troppe cose sul suo conto…
Per chi non lo avesse ancora capito, Drink, Slay, Love non è un libro serio (e non bastava il titolo?) Ma la sua è una ‘mancanza di serietà’ intelligente, perché nelle sue pagine si ride tanto e si ride bene. Ovvio che non mancano le battute su Twilight, è praticamente obbligatorio, ma sono più divertenti della media che si sente in giro e in ogni caso non sono davvero le uniche.
Chi vuol cercare significati seri ne troverà nella spietata analisi della società degli adolescenti, mostri non meno pericolosi dei vampiri (lo so anch’io che non è certo un tema nuovo, e perdonatemi se me ne sbatto). Ma il lettore può tranquillamente fregarsene delle tematiche profonde, perché Drink, Slay, Love è innanzi tutto e soprattutto uno spassosissimo romanzo nerd, pieno di citazioni da film, telefilm, fumetti e quant’altro, di situazioni ai limiti dell’assurdo, di personaggi psicopatici e di feroci prese per i fondelli dei cliché vecchi e nuovi – soprattutto nuovi – sui succhiasangue e il loro mondo.
Sì, c’è anche la storia d’amore. Sì, è ridicola, moderatamente violenta, ovviamente impossibile e abbastanza surreale. Sì, coinvolge gli unicorni, non nella maniera da pervertiti a cui state pensando in questo momento. E sì, se non vi interessa potete ignorarla senza troppa fatica (ma perché farlo?) Ce n’è a sufficienza nel seguire Pearl nel suo rimbalzare dal giorno alla notte, dal mondo vampirico a quello umano, da un’esistenza di grande potere ma di scelte obbligate a una dove più o meno si sta tutti sulla stessa barca, ma forse si può decidere da soli la rotta.
Il romanzo è stato pubblicato lo scorso settembre dalla Margaret K. McElderry Books (la stessa che pubblica Cassandra Clare in America); l’autrice, Sarah Beth Drust, è una riccioluta newyorchese con una laurea a Princeton, un passato da aspirante supereroina e un corredo genetico che non potrebbe essere più nerd di così (potete farvi gli affari suoi qui). E non so voi ma io, per l’esistenza di questi corredi, ringrazio il cielo ogni giorno.

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