martedì 26 aprile 2016

Come ti lavoro l'energia


E dopo mille promesse a me stesso di aggiornare il blog almeno una volta a settimana, ho fatto passare un mese intero di silenzio. A mia discolpa posso solo dire che aprile è stato un mese impegnatissimo. E posso rinnovare il mio impegno a tentare di essere più regolare. Per il momento, finalmente sono di nuovo qui.

Quella che ho in mente oggi potrebbe non essere una riflessione tanto intelligente, ma è una cosa che mi tormenta più o meno da sempre. Ho perso il conto delle volte che, negli anni, ho storto il naso davanti a un testo di occultismo in cui l'autore dice di "lavorare" (to work with) con determinate energie, o determinati spiriti, o determinati dèi. Purtroppo è un'abitudine espressiva normale per gli autori di lingua inglese: ce l'hanno pure alcuni dei miei maghi preferiti, come Jan Fries. 
A parte il fatto che l'idea di "lavorare con un dio" a me suscita irresistibilmente l'immagine di un Odino in giacca e cravatta che si siede in ufficio, si leva l’elmo cornuto per metterlo sulla scrivania e collega i corvi al pc, nessuno mi ha mai tolto dalla testa l'impressione che non si tratti di un'espressione poi tanto "innocua" (ogni tanto l'ho sentita usare anche dagli occultisti italiani, ma non spesso - e questo magari è solo perché li frequento il meno possibile, intendiamoci - e forse è un'abitudine presa di peso dalla letteratura inglese, ma questo è un discorso diverso). 
Non tutti gli dèi moderni vanno in ufficio...
Perché hanno scelto di "lavorare" con la magia e gli dèi? Pensate anche solo che in inglese esiste il verbo to play, che significa nello stesso tempo giocare, suonare e recitare: tutte attività che con la magia ci stanno perfette. Potrei dire "I play with Gods" e intendere che gioco con gli dèi (sia nel senso di giocare assieme a loro sia in quello di giocare usando loro), che suono con gli dèi (e finora non ci sono riusciti neanche i Manowar) o che recito con gli dèi (come nel teatro sacro dell'antica Grecia). Potrei dire "I play magic" e starei dicendo che gioco con la magia, che la interpreto come un attore, che la suono come una melodia. Senza contare che nei giusti contesti to play significa anche fingere, scherzare e giocare d'azzardo. 
E invece leggo che i maghi lavorano con la magia. 
Non ci giocano. 


Sarei tentato di addossare tutta la responsabilità all'etica seicentesca di stampo calvinista in cui si è formata la società americana, che vedeva nel lavoro serio, alacre, impegnato, e nel successo pratico che ne conseguiva i chiari segni della grazia divina nella vita di una persona. D'altronde in inglese oggi si lavora pure in palestra (to work out), quando si aggira un problema (to work around) e persino quando ci si arrabbia (to get worked up). 
Ma a dirla tutta a me questa sembra solo una parte della risposta. Il vero punto temo sia la serietà. Chi scrive un testo che parla di magia vuole innanzi tutto essere preso sul serio, cosa tutto meno che scontata nel nostro mondo. Un conto è dire che sai percepire determinate energie, che la sai plasmare o peggio che sai come giocarci, un altro è dire che le usi per fare un lavoro. Il lavoro è una cosa seria. Ci vogliono abilità, preparazione e dedizione per farlo bene, e ottiene risultati pratici, verificabili. Giocare è una cosa da bambini. 
(Tra l'altro, fate caso a come tutto ciò si applichi alla perfezione anche a tanti discorsi sulla scrittura. E no, non è un caso). 

Vedete? Lui suona e se ne fotte
Ma secondo me c'è ancora dell'altro. I maghi non sentono il bisogno di essere presi sul serio solo dai loro lettori: sentono il bisogno di essere presi sul serio anche da se stessi. Perché per dedicarsi tanto a una realtà così elusiva, così difficile da definire, che assomiglia molto più all'arte che alla scienza e obbedisce (quando obbedisce) a regole finora comprese solo in piccola parte ci vuole - ammettiamolo - una gran voglia di farlo. 
Persino quando le cose funzionano a meraviglia, il dubbio che si stia perdendo tempo è sempre in agguato. E non è un problema intrinseco di chi si occupa delle cose invisibili: è un problema umano universale. Anche gli scienziati di successo ogni tanto si interrogano sulla sensatezza della loro vita e della loro attività. E pensare che, dopo tutto, si sta lavorando è rassicurante. L'idea del lavoro è solida come una sedia da ufficio: se sono seduto lì, non sto perdendo tempo inutilmente. Sto facendo cose utili, sensate. 
E fin qui nulla di sbagliato… tranne che se togli il gioco sei fottuto. 

Personalmente, ritengo di non aver mai "lavorato" con determinate cose in vita mia. Ci ho scherzato, ci ho giocato d'azzardo, le ho recitate, forse ogni tanto le ho persino suonate e cantate, ma non le voglio lavorare, mai. E non si tratta solo di decidere se volete gli dèi (per chi li ha nella propria vita) come colleghi di lavoro o come compagni di gioco: si tratta di ricordare che ritenere il lavoro una cosa da adulti e il gioco una cosa da bambini, e pensare che nella vita il primo è essenziale e il secondo superfluo è la mentalità dominante nella cultura occidentale. 
E se ti definisci un mago (o un artista, guarda caso) e abbracci la mentalità dominante, forse è meglio se vai a nasconderti.

lunedì 14 marzo 2016

Che cosa NON è uno sciamano (secondo me)


Da quando mi sono messo a parlare in pubblico di sciamanesimo – un tempo che ormai va misurato in anni – ho raccolto in giro reazioni molto diverse, ma ce n’è un gruppo in particolare che alla lunga mi ha fatto decidere di fare un paio di serene precisazioni, che riguardano tanto lo sciamanesimo in generale quanto me che in un modo o nell’altro ne faccio parte. 

Punto primo: nonostante il nome del mio blog, che è un gioco di parole e un tributo d’affetto, io non sono uno sciamano
Come spiego anche nella mia presentazione, tanto per cominciare presso molte popolazioni native nessuno può decidere di propria iniziativa di chiamarsi sciamano: è un titolo che può esserti attribuito solamente da qualcun altro, che sia un altro sciamano, la gente della tua comunità o simili, e solo in onore ai risultati pratici che ottieni. Cosa ancora più importante, per essere sciamani bisogna passare attraverso un’esperienza intima di profondo, radicale cambiamento, dopo la quale non ti possono restare dubbi sul fatto che nella tua vita è successo qualcosa di fondamentale. 
Io spero di essere uno sciamano un giorno, ma per ora sono soltanto uno studente teorico e pratico di sciamanesimo, ossia quello che in termini moderni si definisce uno shamanic practitioner: una persona che impara e usa tecniche dello sciamanesimo, contenta di lasciare così le cose o in attesa e alla ricerca del momento in cui avverrà anche per lei un cambiamento radicale (io appartengo al secondo gruppo). 

Punto secondo: praticare lo sciamanesimo non ti rende automaticamente una persona migliore
Secondo la definizione che io trovo più calzante (ma anche se fate ricerche per contro vostro non ne troverete molte altre, provateci se non mi credete), lo sciamanesimo è un insieme di tecniche, che presuppone l’accettazione di una serie di principi e si propone di ottenere determinati risultati pratici. Di per se stesso non è una fede religiosa, anche se può diventarlo o integrarsi in fedi già presenti. 
Certamente è anche una disciplina di vita e un sentiero di ricerca spirituale e quindi, come tutti i sentieri di questo tipo, dovrebbe – almeno in teoria – aiutarci a migliorare sul piano umano, ma non c’è nulla di automatico o di inevitabile in questo. Essere uno sciamano non equivale a essere un illuminato: uno sciamano non è necessariamente più buono, più saggio, più altruista, più paziente, più compassionevole né tantomeno più intelligente delle persone che lo circondano (almeno nella mia esperienza, ma fidatevi che in campo di esperienza ne ho). 
In questo senso specifico, lo sciamanesimo non è diverso da tante altre discipline interiori. Un bravo sciamano è proprio come un bravo buddista, un bravo cattolico, un bravo yogi o un bravo razionalista che si dedica con impegno e passione alla sua ricerca scientifica. Ma siccome nella nostra società uno sciamano – o anche solo un semplice shamanic practitioner – è qualcosa di più esotico di un buon cristiano o di un maestro di yoga, in tanti tendono a trattarlo come una “persona superiore” a prescindere. 
E non c’è nulla di più sbagliato. 
Per scendere sul piano personale, tutto quel che ho scritto qui sopra si applica al 100% anche a me. Io pratico lo sciamanesimo, e questo non mi rende un maestro di saggezza: come molte altre persone che conoscete tutti, ho simpatie e antipatie ingiustificate, reagisco in base a pregiudizi automatici, dico idiozie, mi incazzo anche quando ho torto, racconto balle, mi annoio, perdo tempo, non credo a tutto quello che mi raccontano, mi offendo senza valido motivo, mangio troppa nutella e a volte tradisco la fiducia delle persone che mi vogliono bene. Non sono particolarmente orgoglioso di nessuna di queste cose e se ci riesco tento di non farle, ma sono nella stessa identica barca in cui siamo tutti. Sì, anche se posso andare in trance, parlo con gli Spiriti o so costruire un feticcio. 
Magari un giorno (lo spero) le cose cambieranno anche per me, e a quel punto forse mi sentirete fare discorsi diversi. Fino ad allora, passatemi un remo, che la riva è ancora lontana.

mercoledì 9 marzo 2016

Revisionary: Jim C. Hines e l'arte di riscrivere la realtà (con i maghi e qualche mostro)


Ed ecco un post che arriva in ritardo (e non solo perché, colpevolmente, è da un mese che non scrivo qui sul blog…) 
Due settimane fa ho finito di leggere Revisionary, quarto e tristissimamente ultimo volume della saga urban fantasy Magic Ex Libris di Jim C. Hines, uscito a febbraio di quest’anno. Per due settimane ho continuato a ripetermi ogni giorno “Domani ci scrivo un post, è importante!”… finché è arrivato il giorno di ieri e la mia carissima Aislinn, che nel frattempo ha finito il libro a sua volta, ne ha scritto uno prima di me. Dicendo tutto quello che intendevo dire io, e dicendolo meglio di quanto lo avrei saputo dire io.
Questo mi porta a tre riflessioni. 
La prima è: leggete il post di Aislinn, ne vale la pena
La seconda è: almeno questa involontaria “pungolatura” mi ha spinto a scrivere il post che avete sotto gli occhi (bionda, ti devo una Guinness ;-) 
La terza è: grazie a tutto quel che è già stato detto il mio post sarà più breve del previsto, e mi sono reso conto che voglio virarlo su due punti – entrambi già toccati da Aislinn – che mi stanno particolarmente a cuore. 


Jim C. Hines
Chi mi segue sa già (me lo avrà sentito ripetere alla nausea) che io considero Jim C. Hines uno dei più grandi autori di urban fantasy viventi. Se non sapete perché o volete rinfrescarvi la memoria, ne ho parlato qui già due anni fa, quando avevo appena scoperto il suo primo libro. In questi tre anni ho rimuginato all’infinito sui volumi della saga Magic Ex Libris, che mi hanno fatto ridere, piangere, incazzare, meditare, emozionare come pochi altri (forse come nessun altro) nell’ultimo decennio della mia vita. E sono giunto alla conclusione che per me quel che rende le storie di Hines più potenti di ogni altra – a parte la divina inventiva, a parte la scrittura di un’elegante essenzialità, a parte le trame a prova di bomba, a parte i personaggi strepitosi, a parte le mille adorabili citazioni che sono una vera e propria celebrazione della cultura nerd – è la combinazione due elementi: la volontà di portare le cose fino alle conclusioni estreme e la capacità di usare questo eccesso per parlare del mondo reale. 
Come ha fatto già notare Aislinn, i libri di Hines sono l’esempio perfetto di come si possa impiegare il fantasy per parlare della realtà (in maniera elegantissima, vorrei aggiungere, e senza togliere un solo grammo alla potenza di entertainment di ogni singola storia). Hines ha scelto di farlo con un sistema affascinante, semplice e nel contempo potentissimo: trascinare i concetti fin dove possono arrivare, e vedere cosa succede a quel punto. 
L’esempio forse migliore è il personaggio di Lena, la driade coprotagonista della serie. Dietro alla sua nascita c’è una domanda ben precisa e ben intuibile: cosa succede se rendiamo concreta e reale una figura molto tipica dei paranormal romance, ovvero la ragazza soprannaturale che esiste al puro scopo di dar piacere ai suoi amanti e si modella persino fisicamente (volente o nolente) sui loro desideri? 
Succede che Hines, in quattro libri, ne tira fuori una straordinaria storia di crescita umana, una riflessione acuta su cosa realmente possano essere il senso di identità e il libero arbitrio personale, una critica spietata all’immagine femminile nella società occidentale (e vale la pena di ricordare che i paranormal romance, con i modelli femminili che propugnano, sono letture espressamente dirette non a un pubblico di uomini arrapati ma a uno di ragazze adolescenti…) e un inno alla libertà di scelta potente come solo certe poesie o certe canzoni riescono a essere. 
Non contento di ciò, Hines non si ferma e usa la convivenza tra esseri umani e creature non umane per parlare di razzismo (e questo è già stato fatto migliaia di volte), usa la scoperta della magia da parte del mondo per mettere sotto pesante accusa il sistema sanitario americano (e questo ditemi un po’ voi dove altro lo trovereste), usa licantropi, sirene e vampiri per parlare di terrorismo internazionale e dei mezzi – giusti e sbagliati – con cui i governi tentano di fronteggiarlo. E in Revisionary fa usare ai villain della storia la relazione poliamorosa in cui vivono i protagonisti – un argomento che in un’Italia impegnatissima a discutere di unioni civili e uteri in affitto fa talmente accapponare la pelle che non se ne parla neppure, come se non esistesse – come leva per tentare di dimostrare che sono “elementi indesiderabili in una società”, persone moralmente inferiori, dei diversi da rendere innocui perché non contagino il resto del mondo (magari con i lager, perché no? È stato già fatto…) 
E tutto senza mai citare per nome una sola volta queste questioni. Perché non sono loro il focus della storia. La storia parla di avventure, di magia, di mostri, e ne parla – lo voglio ripetere – in modo straordinariamente divertente. 

Io non sarò mai come Hines. 
Mi mancano le palle, mi manca la pazienza, mi mancano il fuoco e l’intensità straordinaria che emanano dalle sue pagine (e mi manca anche un Paese con un mercato editoriale minimamente capace di valorizzare queste cose, ma questo è un altro discorso). 
Per questo dico che di autori come Hines ne voglio di più, atrocemente di più. 
No, mi sono espresso male. Di autori come Hines ne servono di più. Ce n’è un bisogno acuto, disperato, che dovrebbe tenerci svegli la notte. 
Perché nel nostro piccolo, pericolante mondo mentale, assediato ogni giorno dall’insostenibile idiozia del mondo esterno, avvelenato dalla sua stessa produzione continua (e continua consumazione) di materiale tossico, saccheggiato da Hollywood e trasformato in un prodotto da fast food, gli Hines sono un’ancora di salvezza, e una roccia a cui agganciare l’ancora. Emergono fuori dall’acqua, sempre e comunque, e l’acqua che schiuma e ruggisce furiosamente contro di loro non fa che renderli ancora più evidenti. 
Finché ci saranno loro, io so che non andremo a fondo.   





martedì 9 febbraio 2016

Spartiti nuovi per la Musica delle Sfere


ATTENZIONE: POST AD ALTO CONTENUTO RELIGIOSO 
NON DITE CHE NON VI HO AVVERTITO 

Sabato scorso ho fatto un giro al Museo di Storia Naturale di Londra. Era qualcosa come dieci anni che che non ci tornavo e l’ho trovato più bello che mai, raddoppiato in dimensioni e fighissimo nell’esposizione. 
E mi ha ricordato, con un’intensità quasi violenta, che disperato bisogno abbia il mondo odierno di una religiosità evoluta. Non parlo di spiritualità, che è sostanzialmente un fenomeno individuale: parlo proprio di senso religioso. 
Credo ci siano state poche epoche nella storia in cui l’essere religiosi in Occidente abbia avuto una pubblicità peggiore che oggi, e la colpa è in ottima parte dei religiosi stessi. Quando qualcosa di inerente alla religione raggiunge gli onori della cronaca (virtuale e non), tre volte su quattro è perché ha a che fare con violenze fisiche o psicologiche, stragi e barbarie, violazioni delle leggi civili, loschi movimenti di denaro o posizioni francamente assurde per qualunque mente adulta e pensante. 
Attenzione, non ce l’ho con nessuna religione in particolare. Se ci pensate un attimo, vedrete che il discorso si applica tristemente a parecchie. 
Le persone di scienza – uso la definizione nel senso più ampio possibile – in questo momento sono terrorizzate come non mai dalla religione, e si precipitano a intervenire in qualunque discorso le sfiori anche solo latamente per far presente che quelle dei religiosi sono tutte solenni stronzate, figlie dell’ignoranza dei millenni passati e ampiamente spazzate via dal sapere di oggi. Dietro c’è una paura ben precisa: quella che, se “la religione prendesse il potere”, sarebbe la fine di tutto. Si fermerebbe la ricerca, andrebbero al rogo le università, si tornerebbe all’oscurantismo più nero dei secoli bui e tutti ricomincerebbero a credere che l’universo sia governato da uno o più enormi uomini invisibili che vivono sopra le nuvole.

Vi sembra un’esagerazione? 
Rifletteteci.

Sull’ipotetico fronte opposto della barricata, ascoltare i teorici del creazionismo o gli avversari della medicina che sostengono la superiorità terapeutica della preghiera mette un certo senso di freddo alle dita. E lasciamo pure da parte i ragionamenti con cui vengono portate avanti queste discussioni, perché da sempre l’imbecillità e l’arroganza sono piante che crescono bene in tutti gli orti, siano religiosi, fondamentalisti, atei, agnostici o quant’altro. 
Ora, non mi sto rivolgendo ai razionalisti di qualsivoglia genere (non ho alcun diritto di parlare per loro, e quando provo a parlare con loro in genere non mi ascoltano): mi sto rivolgendo alle persone di fede, ai religiosi, “categoria” a cui appartengo anch’io. La religione oggi ha un bisogno estremo di evolvere, di crescere alla stessa maniera in cui è cresciuto il nostro mondo mentale. Quella pressione evolutiva che la realtà impone agli esseri viventi, se vogliono sopravvivere e prosperare, la impone anche al nostro rapporto con il trascendente. 
Il punto è che non c’è alcun bisogno che la fede contraddica la ragione e la sensatezza. Se dobbiamo pensare a Dio, o ai tanti Dèi, sul serio non riusciamo a figurarci nulla di diverso dal Grande Uomo Invisibile che passa il suo tempo a tenere registro delle nostre azioni trascrivendole su griglie morali in continuo cambiamento a seconda dei luoghi e delle epoche? A me sembra assurdo, dolorosamente assurdo essere qui a fare discorsi del genere nel 2016, eppure sono consapevole che ce n’è bisogno. Al solito, non è che se lo dico io cambia qualcosa, ma a volte è troppo dura tenersi la lingua tra i denti. 
Amici miei, ragionevoli fratelli, siamo nel Ventunesimo secolo: abbiamo la meccanica quantistica, la teoria delle Stringhe, la storia evolutiva della vita sulla Terra, la cosmologia scientifica e la fisica delle particelle. Non si può fare come se tutto questo non ci fosse. Semplicemente non si può. 
E, quel che è più importante, non si deve.

Vi sta parlando una persona che non solo cerca un rapporto con il Divino nella sua vita, ma che parla con gli Spiriti e usa la magia. Una persona che, diciamocelo, i razionalisti non inviterebbero a bere una birra. 
Ma è la stessa persona che vi ripeterà fino alla nausea che le conquiste della nostra ragione umana sono reali, solide, concrete (e anche piuttosto fiche). Che il Divino e i quark non sono mutualmente esclusivi, anzi è davvero ridicolo pensare che possano esserlo. Che concetti come il creazionismo sono, molto francamente, un insulto al nostro raziocinio. Che irrazionale e irragionevole non sono sinonimi e non lo sono mai stati, non più di quanto lo siano impossibile e improbabile. Che, nei casi estremi, la fede nei miracoli è qualcosa di completamente diverso dal rifiuto di accettare le basilari, comprovate regole dell’universo. 
Dove sta Dio (o i tanti Dèi) in mezzo a tutto questo è una domanda a cui ciascuno deve darsi una risposta da solo. Vale la pena ricordarsi, peraltro, che non c’è nessun bisogno di essere religiosi: si può vivere benissimo – e pure rimanere dignitosi esemplari di essere umano – senza dover credere in alcunché di divino o di trascendente. Ma, se decidete di essere persone religiose, cazzo, fatelo bene!
Io, nel mio piccolo, la mia risposta la inseguo ogni giorno, e mica sempre la raggiungo. Ma quando sento di averla tanto vicina da poterla quasi toccare, ecco, allora per me il Divino nuota nella schiuma dello spaziotempo quantistico e prende il sole alla luce dei quasar. È nel visitare un museo di storia naturale e sentir male in gola davanti alle ossa degli animali estinti dall’uomo, e aver voglia di piangere e chiedere scusa. È nel guardare un modello animato della nostra galassia e pensare che è così bella che non riesci a staccare gli occhi. È nell’ascoltare una canzone e pensare che qualcuno se l’è sentita suonare dentro e l’ha composta sulla carta, eppure ogni suo singolo suono è descrivibile matematicamente, perché la musica è pura matematica istintiva. È nel ricordarmi che i meccanismi che trascinano nel cosmo quel granello di polvere che chiamiamo casa sono gli stessi implacabili, infallibili, commoventi meccanismi che animano le cellule nervose del mio cervello e mi permettono di dire “Io sono”.

Quando sono in buona, gli scienziati oggi amano dire che più scopriamo e più ci rendiamo conto che per ora abbiamo capito ben poco di tutto quel che c’è là fuori. La Musica delle Sfere di Pitagora non è stata inghiottita dal progresso, tutto il contrario: la suonano le particelle subatomiche, la rotazione delle galassie, la vibrazione delle superstringhe. E chissà cos’altro.
La Musica non tace: cresce. 
Diventa grande. 
Sempre più grande.

lunedì 1 febbraio 2016

Gli dèi viventi, puntata 5: La Nera Signora e i suoi cugini meno VIP

È molto probabile che gli dèi e le dee della morte siano tra le prime divinità concepite dalla razza umana. Ma tranquilli, non intendo mettermi a farne l’elenco, perché faremmo l’anno prossimo e perché, se l’argomento vi incuriosisce, trovate facilmente tutte le informazioni di base on line.
Quel che mi interessa, invece, è attirare la vostra attenzione su una particolare categoria di divinità della morte: quelle deputate al trapasso. Non i sovrani del regno dei morti, ma i loro inservienti, gli dèi portinai dell’aldilà e collettori d’anime, che spesso erano identificati con la personificazione della morte stessa (il nome tecnico per queste figure – che forse già conoscete – è psicopompi, che in greco significa semplicemente “guide delle anime” ma che, diciamocelo, a noi oggi fa parecchio ridere...)
 
Thanatos e Hypnos su un famoso vaso conservato al Louvre
A volo d’uccello – ho promesso di non fare elenchi – in Grecia la Morte era Thanatos, che non a caso era fratello di Hypnos, il Sonno (non so a voi, ma a me è sempre sembrata una visione un po’ sterilizzata dell’idea di trapasso, una morte “alla vaniglia”, in linea con i gusti di un mondo violento e al contempo altamente estetico come quello greco classico)*. A Roma, dove la gente si faceva la barba ed era molto meno poetica, la Morte era Orco, dio dalla fame insaziabile che ingoiava ogni cosa (ve le ricordate le malae tenebrae Orci di Catullo? su dài, che le avete fatte al liceo!), tanto da dare origine, più tardi, a un altro ben noto mostro affamato di carne umana: l’orco delle fiabe**. In Egitto accogliere le anime – nonché sovrintendere all’impacchettamento dei corpi – era il mestiere di Anubi, mentre nel mondo nordico a portarsi via i guerrieri caduti in battaglia, quando non lo faceva direttamente Odino (ma era una caso raro), provvedevano le valchirie, che comunque facevano le difficili e sceglievano per il Valhalla solo i morti più valorosi. Persino i grandi monoteismi hanno i loro Angeli della Morte: date un’occhiata on line e ne troverete un bel po’. 
Il vever (rappresentazione simbolica) di papa Ghede,
dai connotati abbastanza inequivocabili
Se poi usciamo dalle culture europee, la nostra idea degli dèi psicopompi si fa parecchio più nebulosa (e non citatemi gli Shinigami giapponesi, li conoscete solo perché li avete visti in Death Note). A conti fatti, l’unico dio della morte non europeo veramente famoso in Occidente è il loa Ghede, il sovrano dei morti del Vudu, e anche lui è noto quasi esclusivamente per uno solo dei suoi molti aspetti – che a casa sua non è nemmeno il più importante – ripreso da un numero incalcolabile di romanzi, film, telefilm e fumetti: quello di Baron Samedi, il Signore dei Cimiteri che regna sugli spettri e riporta in vita gli zombi. 

E questo – mooolto sommariamente – è il passato (per quanto il Vudu sia una religione viva, anche se forse ancora per poco...) 
Ma il presente? Ho già parlato più volte della propensione del paganesimo contemporaneo e della nostra epoca in generale a dare vita a nuovi dèi, adattati al tempo presente. Sul fronte delle divinità della morte, che cosa offre il menù?
Nel folclore bretone lo Spirito della Morte è l'Ankou,
che ha palesemente i tratti del Tristo Mietitore
Prima di rispondere vorrei fare un passettino di lato, e parlare dell’iconografia prima che della religione vera e propria. In genere, se chiedete a un occidentale di oggi di immaginare la Morte, con ogni probabilità vi tirerà fuori lo scheletro col cappuccio e la falce. Chiaro, è un’immagine universalmente diffusa, ma non è per niente nuova. A dirla tutta le sue versioni più antiche risalgono al Quattordicesimo secolo, e sono direttamente collegate alle grandi epidemie di peste che colpirono l’Europa in quel periodo. La Morte personificata appariva nell’arte già molto prima di allora, è ovvio, ma con aspetti diversi: giusto per fare un esempio, non impugnava una falce, ma di solito una spada o più raramente un arco. Quell’inquietante attrezzo agricolo gli artisti medievali glielo misero in mano solo dopo averla vista “mietere” intere generazioni in un colpo solo. In altre parole, la spada va bene per i duelli: la falce è un’arma di distruzione di massa. 
Per farla breve l’icona del Tristo Mietitore ebbe un gran successo – gli esperti di marketing di oggi avrebbero applaudito – e comiciò a sbucare ovunque: si inventò un modello pittorico nuovo, le Danze Macabre, apposta per mettercelo come protagonista, fu messo in musica nella ballate, finì tra le carte dei Tarocchi e si conquistò un posto eterno nelle storielle popolari, e tutto questo ben prima di apparire in un celeberrimo film di Ingmar Bergman, di risorgere in Messico come la Santa Muerte o di diventare uno dei personaggi più amati del Mondo Disco di Terry Pratchett
Danza Macabra nell'Oratorio dei Disciplinati di Clusone
La modernità ha fatto ben poco per variare questa immagine, che, come si diceva, è popolarissima ancora oggi: il massimo dell’attualizzazione consiste nel vestirla ogni tanto da becchino (il principale riferimento nerd del momento credo sia la Morte di Supernatural) o nel darle l’aspetto di una ragazza goth (Death , la sorella di Sandman nell'omonimo fumetto di Neil Gaiman è il caso più famoso e potrebbe anche essere cronologicamente il primo, non ho mai fatto ricerche in merito). E si tratta comunque di eventi occasionali.

E veniamo quindi alla religiosità pagana odierna, dove gli dèi della morte... non ci sono.
Non sto scherzando. Vi basterà una breve ricerca per rendevi conto che nel paganesimo contemporaneo pochi argomenti sono trascurati quanto quello del trapasso. Considerate anche solo che la più diffusa religione pagana moderna, la Wicca, non ha un cerimoniale funebre. Chiaro che, fintanto che si parla di forme di religiosità volutamente prive di una struttura centralizzata o del concetto stesso di ortodossia, nessuno pretende che esistano liturgie diffuse e accettate ovunque. Ciononostante molti rituali sono praticati dagli wiccani di tutto il mondo o quasi e, pur in tutte le loro varianti, sono sempre riconoscibili. In mezzo a tutto ciò, non c’è nulla che somigli a una ritualità diffusa della morte: ogni singolo gruppo di fedeli la gestisce a modo suo, attuando le cerimone che gli sembrano più appropriate (di solito incentrate sul concetto pagano di morte e rinascita, in una forma o in un’altra) e soprattutto invocando gli dèi che preferisce, rigorosamente scelti tra quelli degli antichi pantheon. 
Anubi superstar
Anche al di fuori della Wicca, un po’ di ricerche mi hanno mostrato che tra i pagani moderni gli dèi funerari più gettonati sono sostanzialmente quelli dell’antico Egitto, in specifico Osiride (che si accorda molto bene al concetto di morte e rinascita che ho citato) e Anubi (che secondo me piace soprattutto perché un dio alto e nero con la testa di sciacallo è fico a prescindere). Ma, a parte alcuni casi ben circostanziati, restano due fatti sui pagani moderni: 
1) hanno pochissima voglia di pensare al trapasso 
2) di fatto non hanno attualizzato in alcun modo gli dèi della morte
 


Perché? 
Io un’idea ce l’ho. Pensate ancora una volta al “solito” Tristo Mietitore: la sua icona è nata in un momento storico ben preciso, che ha coinciso con un cambiamento vasto e radicale dell’idea stessa di morte. Dalle morie immense, improvvise, inarrestabili del basso medioevo è sorta l’idea della Morte falciatrice d’uomini, dello scheletro incappucciato sterminatiore di moltitudini.
Il mio punto è che l’immagine della Morte personificata – e per traslato l’idea delle figure divine associate alla morte – cambia solo quando a cambiare è il concetto di morte all’interno di una data società. E l’idea sociale della morte è certamente molto cambiata rispetto anche solo a pochi secoli fa, in una direzione ben precisa: la rimozione. 
Death di Gaiman, una Morte moderna
e tutt'altro che spaventosa
La morte è senza il minimo dubbio uno dei maggiori rimossi della mentalità moderna (non sono io a sostenerlo). In linea teorica siamo tutti d’accordo che morire è una cosa che può accadere all’improvviso a chiunque, inclusi noi stessi e le persone che ci sono vicine, ma all’atto pratico non è affatto così. In Occidente oggi nessuno è abituato a veder morire spesso le persone attorno a sé, a meno che non svolga qualche specifica professione a stretto contatto col decesso (a me su due piedi vengono in mente solo i medici – e nemmeno tutti – e gli impresari di pompe funebri). E non devo chiaramente spiegare a nessuno che prima della medicina moderna, dei sistemi di welfare e di altri cambiamenti della nostra società le cose andavano in maniera un tantino diversa. Vivere più a lungo e vivere meglio ha avuto una conseguenza piuttosto evidente su di noi: oggi, nella maggior parte dei casi, viviamo come se la morte non esistesse. 
In sintesi – perché siamo in chiusura e vi ho già annoiato abbastanza – è mia convinzione che la mentalità pagana contemporanea, pur tanto pronta a plasmare nuove divinità o a fare restyling a quelle un po’ demodé, non abbia creato nuovi dèi della morte perché la declinazione moderna del concetto di decesso gliene ha già consegnato uno perfetto per la nostra epoca: il Dio Assente (il cui posto di lavoro, quando proprio ce n’è bisogno, può tranquillamente essere occupato da qualche vecchio collega con millenni di esperienza). 
Non so a voi, ma a me la cosa dà da pensare. E non poco.



* A voler essere pignoli, in Grecia il ruolo di psicopompo ce lo aveva anche il dio Ermes, che però non era specificamente una divinità della morte e quindi esula dal mio argomento 

** A questo proposito, se vi va, date un occhio a Indagine sull'orco di Tommaso Braccini, che ne vale la pena

venerdì 15 gennaio 2016

Chi è reale?


Oggi su FB vedo passare una notizia e una foto: a Londra nella stazione di King’s Cross, all’altezza del Binario 9 e tre quarti (dove un carrello portabagagli che entra nel muro riconda ai passanti che da lì si va a Hogwarts, lo sa persino un non fan di Harry Potter come me), la gente ha cominciato a deporre mazzi di fiori per Alan Rickman. 
Al di là della struggente bellezza del gesto, quel che mi ha colpito di più è stata l’ennesima conferma di qualcosa che vado ripetendo da anni (per la gioia e la disperazione della gente che è costretta a vivermi intorno): nel nostro mondo i confini tra “reale” e “non reale” diventano sempre più sottili. 
Si fanno via via più trasparenti. 
Si sgretolano. 

Fiori al Binario 9 e tre quarti
Non sono neanche lontanamente il primo a pensarci, né il primo a parlarne. Tanto per fare un esempio qualsiasi, Robert Anton Wilson ha scritto libri interi sull’argomento, con argomenti molto più interessanti di qualunque cosa potrei dirne io. 
Nel mio piccolo, la prima constatazione tangibile di questo fenomeno l’ho avuta qualche anno fa, quando seguivo il telefilm Castle, il cui protagonista – per chi non lo conoscesse – era uno scrittore di thriller: dopo qualche stagione del telefilm, nelle librerie vere cominciarono ad apparire i suoi romanzi, esattamente gli stessi che apparivano nel telefilm, firmati da Richard Castle come se fosse una persona reale del nostro mondo (che poi fossero romanzi bruttissimi e rapidamente spariti dal commercio è beyond my point). 
Non era certo la prima volta che accadevano cose del genere, e l’ovvio scopo era pubblicitario e niente di più, ma ricordo bene che in quel momento la cosa mi colpì moltissimo. Un personaggio immaginario scrive un libro in un mondo immaginario, e quel libro diventa reale nel nostro mondo, in quella che noi generalmente consideriamo l’unica realtà. 
Di fatto, quello che tenevo in mano lì in libreria era un oggetto filtrato attraverso la barriera che separa i mondi.
Ricordo anche che all’epoca, parlandone con un mio conoscente iper-razionalista, mi sentii coprire di insulti, con argomentazioni che più o meno si riassumono in: “No no no! Quel che è reale è reale e quel che non lo è non lo è!!” (in numerose varianti, ripetute molte volte).

Ora, considerate l’esempio di oggi, quello dei fiori per Alan Rickman. E pensate a un ipotetico contadino vissuto in Egitto in qualche momento del secondo millennio a. C. 
Salutate Mr. Nobody, il mio contadino egizio preferito
Per il nostro sentire comune il contadino egizio si qualifica come personaggio storico, anche se non sappiamo assolutamente nulla di lui: per noi non ha né un nome né un volto, e sulla Terra non rimane la minima traccia materiale del suo passaggio. Tutte le cose che ha toccato, tutte le persone che lo hanno conosciuto, tutte le azioni che ha compiuto in un’intera vita sono scomparse nel nulla da migliaia di anni, e non hanno nessuna influenza su quel che è venuto dopo: per la storia in senso generale, se non fosse mai esistito non sarebbe cambiato nulla. 
E questo vale allo stesso modo per la stragrande maggioranza della razza umana in tutte le epoche, inclusi me e voi che mi state leggendo. (Sì, lo so che in prospettiva filosofica ogni singolo elemento della realtà, nel momento in cui agisce, cambia in misura infintesimale il quadro generale e quindi la realtà non è mai la stessa se una cosa avviene oppure no, ma anche questo è beyond my point, abbiate pazienza.) 

So long, Mr. Rickman...
Adesso prendiamo Severus Piton. Non ha mai mosso un solo passo in quello che noi consideriamo il mondo reale, perché è un personaggio di fantasia. 
Ma ha una storia. 
Sappiamo tutto quel che di rilevante ha fatto in vita sua, inclusi dettagli dei suoi più intimi pensieri, cosa che ben di rado possiamo dire dei personaggi storici. Ha una faccia nota, che la maggior parte di noi riconoscerebbe subito se la incontrasse per strada. Esistono moltissimi fatti ancora sconosciuti su di lui e che potremmo scoprire in futuro alla stessa maniera in cui si fanno nuove scoperte storiche (perché, come la vita dei personaggi storici è potenzialmente contenuta per intero nella matrice della storia, la vita di Piton è potenzialmente contenuta per intero nella matrice della mente di J. K. Rowling). Esistono persino dicerie e leggende sul suo conto, fatti non inclusi nella sua biografia ufficiale: le fanfiction. 
E le sue due morti – quella del personaggio e quella dell’uomo che gli ha prestato il volto – hanno toccato le vite e i sentimenti di milioni di persone, producendo effetti reali e del tutto concreti. 
Adesso confrontate Piton con il contadino egizio del mio esempio. O confrontatelo con il faraone Ramses, con Giulio Cesare, con Carlo Magno, con Napoleone. 

E poi – se vi va – domandatevi insieme a me: chi è reale, e chi no?

mercoledì 13 gennaio 2016

...Ed è successo che sarò giudice nell’edizione di gennaio 2016 di Minuti Contati


Sul serio. 
Proprio io, che non so giudicare neanche un piatto di pasta!... 

Ma andiamo con ordine. 
Che cos'è Minuti Contati
Sostanzialmente è un concorso online di scrittura veloce per racconti brevi. Ogni terzo lunedì del mese alle 21.00 (nel nostro caso lunedì di settimana prossima, il 18) il forum di Minuti Contati lancia un thread in cui è indicato il numero di battute (normalmente 3000) e un tema fornito dall'ospite del mese (in questo caso io), che fino a quel momento rimane segreto. 
Gli autori hanno 4 ore di tempo, ossia fino all'una di notte, per postare il proprio racconto. 
I racconti vengono poi raggruppati in gironi che si commentano e classificano reciprocamente: i primi 10 di ogni girone vengono raccolti e inviati in forma anonima all'ospite, che sceglie i migliori 7, commenta tutti i selezionati e dà agli autori un feedback (si spera) costruttivo. 

Per questa nuova edizione del concorso, la settantasettesima, sono stato invitato io come ospite e giudice. Un ruolo che – lo sapete bene voi che mi seguite – mi si addice davvero poco, ma un invito che mi onora alquanto *___*

Se siete interessati, vi va di iscrivervi o volete solo saperne di più, ecco la pagina FB  del gruppo.
Qui c'è un'intervista introduttiva al sottoscritto
Qui il mio racconto omaggio per il contest (Il re, l'angelo e il serpente, apparso originariamente nell'antologia Stirpe Angelica del 2010).
E qui il video trailer del contest.

Dài, che sarà divertente! :-P