mercoledì 22 maggio 2019

"Piacere, io sono un Iniziato". Ma anche no


Chi segue abitualmente i miei deliri probabilmente sa che, quando si parla di magia, non ho mai avuto particolare simpatia per il concetto di iniziazione.
È una posizione che – ho finito per costatarlo – tende a far incazzare parecchi maghi che conosco e mi ha già fatto finire in più di un’animata discussione (per fortuna non ha ancora distrutto nessuna mia amicizia, ma temo sia solo questione di tempo…) Per mettere una buona volta un punto sulla questione, voglio provare a riassumere in maniera compiuta tutti i miei ragionamenti a riguardo: poi starà al vostro libero pensiero giudicare, se l’argomento vi interessa.
(Ci tengo a specificare che il mio discorso riguarda esclusivamente il nostro presente e la società “occidentale”, e non si applica in alcun modo a culture e popoli tradizionali né tantomeno alle epoche passate, per le quali servono categorie completamente diverse.)

Dopo averci riflettuto un bel po’, mi sono venuti in mente solo tre generi possibili di iniziazione:

- quella che chiamerò “sociale” (trasmissione di autorità)
- quella che chiamerò “cratica” (trasmissione di potere)
- quella che chiamerò “gnostica” (trasmissione di conoscenza)

In un gruppo o comunità magici una singola iniziazione può appartenere a tutti e tre i generi allo stesso tempo, come a solo due o solo uno.
L’iniziazione “sociale” è quella che trasmette all’iniziato un determinato rango all’interno del gruppo – maestro, sacerdote e via dicendo, i titoli possibili sono infiniti – e gli conferisce un certo grado di autorità sugli altri membri.
L’iniziazione “cratica” è quella che trasmette all’iniziato un determinato potere magico che prima non aveva. Nella concezione dei gruppi o delle tradizioni in cui è presente questa forma di iniziazione, ci sono azioni di magia (incantesimi, rituali etc.) che semplicemente non si possono attuare con successo se non si possiede un determinato potere immateriale, che può essere trasmesso da persona a persona.
L’iniziazione “gnostica” è quella che trasmette all’iniziato conoscenze segrete – in genere formule, nomi occulti o modalità di esecuzione di determinati incantesimi – che il gruppo custodisce e che non sono note a nessuno al di fuori della cerchia degli iniziati (almeno in teoria).

Ora: l’iniziazione “sociale” ha valore solo all’interno del gruppo che la pratica e, se è presente da sola, non cambia assolutamente nulla in termini di “quanta magia sa fare una persona”. È letteralmente solo un titolo: può fare tutta la differenza del mondo a livello interpersonale (perlomeno dentro il gruppo), è ovvio, ma niente più che questo. È un mantello sacerdotale che ti dà diritto di dire agli altri che cosa devono fare, entro certi limiti. Stop.
L’iniziazione “cratica” ha perfettamente senso se si parte dal presupposto che il “potere magico” (usiamo questa brutta espressione per mancanza di buone alternative) sia una cosa presente in alcune persone e assente in altre, o presente in misura diversa negli esseri umani, e trasmissibile da chi ne ha di più a chi ne ha di meno. In altre parole, dare valore a questa iniziazione significa accettare l’assunto fondamentale che Tizio sa far funzionare i suoi incantesimi e Caio no perché in Tizio risiede una qualche qualità immateriale che Caio non ha.
Da mago postmoderno, l’esperienza diretta e indiretta mi ha insegnato che non è così: la magia (se esiste) è alla portata di chiunque, come qualunque forma di attività umana. Ovvio che, come in ogni cosa, esisteranno persone più o meno portate, con più o meno talento per questa o quella forma di magia. In questo la magia non è diversa dall’arte, dallo sport o dalla cucina: nessuno è incapace per natura, ma c’è chi scoprirà di saper fare meraviglie con poca fatica e chi lotterà per tutta la vita per ottenere risultati modesti. Può sembrare ingiusto, ma la natura umana funziona così e lo sappiamo tutti.
Nel 2019 fareste fatica a prenderli sul serio?...
Infine, l’iniziazione “gnostica” poggia sull’idea che determinate conoscenze facciano la differenza in quel che un mago può fare o non può fare, e questo è l’unico dei tre concetti che mi sento di rispettare. Come in tutte le cose, again, avere la giusta preparazione, padroneggiare la tecnica corretta o anche solo “conoscere il trucchetto utile” può davvero cambiare tutto in termini di risultato pratico.
Il problema con questo terzo genere di iniziazione, semmai, è che nel 2019 l’idea di “antico segreto gelosamente custodito da una ristretta cerchia di iniziati” fa sorridere nella migliore delle ipotesi. Quanto di quello che – ipoteticamente – si è trasmesso nei secoli può essere sfuggito alla diffusione/dispersione universale della conoscenza che il nostro mondo sta vivendo? A mio avviso, gli unici segreti che oggi hanno una qualche probabilità di essere ancora tali sono quelli creati di recente, e anche lì è solo questione di tempo prima che qualcuno li scarichi dove in teoria non dovrebbe. Quando il mio interlocutore mi parla di “antichi segreti” che solo il suo gruppo conosce io posso solo sforzarmi di non sorridere, e non sempre ci riesco…

Insomma, a chi mi accusa di voler “democratizzare la magia” (sì, c’è veramente chi lo ha fatto) non posso che rispondere tutto quel che avete letto finora: che non appartengo a nessuna società esoterica organizzata e quindi nessuna iniziazione gerarchica mi riguarda, che ritengo la magia un talento che appartiene a ogni essere umano e trovo inverosimili le “trasmissioni di potere”, e che mi risulta difficile credere oggi all’esistenza di veri segreti in quest’ambito (al massimo di conoscenze più difficili di altre da reperire, ma reperibili con sufficiente impegno).
Un caso diverso è quello in cui il rito iniziatico è esso stesso parte di un incantesimo, ed è quindi necessario per rispettare il paradigma dell’incantesimo stesso (sto pensando ad esempio alla tradizionale “trasmissione della virtù” tra i segnatori e i guaritori di campagna). Ma questo è un caso a se stante, che non ho incluso intenzionalmente nel mio elenco e di cui semmai mi riservo di parlare in un’altra occasione.

lunedì 28 maggio 2018

Vendere la magia

Ed eccomi di ritorno. Non ho postato nulla per quattro settimane (che sono tante, lo so), ma maggio è stato un mese impegnativo sotto vari aspetti. Avendo finalmente un po’ di tempo, voglio spendere due parole su un argomento che in passato mi ha dato da riflettere, ma sul quale ho sempre avuto una posizione personale chiara: è lecito vendere la magia? 

È il genere di domanda che di primo acchito può sembrare una stupidaggine (e più di una persona, negli anni, mi ha detto che lo è), ma secondo me si tratta di uno di quei casi in cui le apparenze ingannano. A riportare alla mia attenzione l’argomento, al quale non pensavo più da anni, è stato un amico che di recente si lamentava – non senza una certa dose di ragione – di un nostro comune conoscente che ai festival vende talismani in due versioni: “base”, ovvero semplici gioielli, o già “caricati” magicamente. E la seconda versione costa più del doppio della prima. 
Un mercato della magia che forse tutti vorremmo nella nostra città
Per affrontare il discorso, a mio avviso bisognerebbe stabilire innanzi tutto che cosa si intende per “lecito”: parliamo di liceità legale o di liceità morale? 
Nel primo caso, ogni legislazione decide in autonomia, e lo stesso – entro certi limiti – possono fare i singoli enti: ad esempio, penso non tutti sappiano che eBay ha messo ufficialmente al bando la vendita di materiali e servizi di natura magica nel 2012 ed Etsy ha fatto lo stesso nel 2015, con un comunicato in cui si leggere che: 
Qualunque servizio metafisico che suggerisce o promette di provocare cambiamenti fisici (ad es. perdita di peso) o altro genere di avvenimenti (ad es. amore o vendetta) non è permesso, anche nel caso dovesse comportare la vendita di oggetti materiali. 
(traduzione mia) 
La decisione all’epoca ha suscitato parecchia indignazione tra chi vende magia on line, e le possibili interpretazioni del provvedimento (che è più lungo e articolato delle poche righe che ho riportato sopra) hanno scatenato discussioni di ogni genere: ne potete vedere un esempio qui. Chiaro che molti hanno semplicemente aggirato il problema riformulando la definizione dei loro prodotti e servizi: ad esempio, conosco personalmente negozi di materiale esoterico che vendono strumenti e sostanze magiche come “curiosità di interesse folclorico ed etnografico”, o altre definizioni analoghe che non promettono il verificarsi implicito di alcunché di straordinario. 

Il Mercato dei Feticci di Akodessawa, in Togo, ritenuto
il mercato di vudù africano più grande al mondo
Ma in verità non è tanto il piano legale a interessarmi, quanto quello etico. 
Vale la pena di premettere – anche se mi dà un po’ la sensazione di puntualizzare l’ovvio – che il problema non sussiste per chi semplicemente non crede alla magia e/o ad altre forme del cosiddetto “soprannaturale” (virgolette sempre d’obbligo): se ritenete che la magia non esista, non penso proprio che vi verrà mai in mente di comprarla, e probabilmente considererete un truffatore chiunque la voglia vendere e un imbecille chiunque la voglia comprare. Fine della puntualizzazione. 
Se invece per voi la magia è una realtà, sarà anche lecito interrogarsi eticamente sulla sua vendibilità. Ora, se vogliamo guardare la cosa in prospettiva storica, che la magia si sia sempre venduta è un fatto ampiamente dimostrabile: dall’antico Egitto a Roma, passando per tutto il Mediterraneo e il Medio Oriente, i venditori di amuleti, filtri e incantesimi calcavano ogni giorno tanto le strade dei mercati quanto le corti dei sovrani. Sull’argomento l’evidenza storica abbonda. 
Parimenti, troverete documentazione affine nel mondo nordico (il primo e non unico esempio che mi viene in mente è la Saga di Laxárdalr, in cui un’intera famiglia di stregoni viene coinvolta nella faida tra due clan rivali e pagata moneta sonante da uno dei due per aggredire con la magia l’altro), come in quello celtico, nonché in Africa, in India e in Estremo Oriente. O, se preferite esempi cronologicamente più vicini a noi, basti ricordare che nelle aree del mondo dove sono diffuse pratiche magico-religiose come il Vudù, l’Hoodoo o la Santeria gli incantesimi si vendono da secoli e i “maghi a noleggio” sono tutt’oggi una realtà quotidiana.
Questo per mettere in chiaro che la cosa si è sempre fatta più o meno ovunque. Ma, per alcuni, che si possa lecitamente farla è un altro paio di maniche. 

Un tipico Botanica Shop di New Orleans, un genere di
negozio dove non solo si possono comprare materiali
per magia, ma anche pagare perché vengano
fatti incantesimi per voi
Nel nostro presente le diatribe sulla moralità del “vendere magia” sono tutt’altro che una novità (un assaggio lo trovate qui), e i due schieramenti non sembrano sempre avere le idee molto chiare. 
Gli argomenti di chi è contro orbitano in genere attorno a due punti: che “l’energia è di tutti” e che anche l’incantesimo migliore del mondo non ha mai garanzia di riuscita. 
Il primo punto tende a mettere la magia sullo stesso piano della spiritualità (equivalenza per me questionabilissima) e in un certo senso a far proprio lo slogan Don’t Pay to Pray (“Non pagare per pregare”) pensato dai Nativi Americani per combattere l’appropriazione culturale e lo sfruttamento commerciale della loro religiosità. In altre parole, se la magia appartiene all’ambito delle “cose mistiche” non si può vendere, perché non può avere proprietari (forse ci si aspetterebbe questo ragionamento soprattutto da chi partica magie che hanno direttamente a che fare con gli Dèi o il sacro, e invece l’ho sentito fare anche dai maghi più “laici” che si possano incontrare là fuori…) 
Il secondo punto – che a dirla tutta mi trova già più d’accordo – fa notare che non si può far pagare né la semplice promessa di un risultato né un risultato di cui non si possa provare il nesso di causa-effetto con l’incantesimo in questione (il che ci riporta all’argomentazione di Etsy di cui sopra). E a ben guardare non si tratta di un’obiezione “da scettici”: chiunque pratichi la magia o creda in essa sarà disposto ad ammettere che non esistono incantesimi infallibili e che il risultato sperato può anche non arrivare mai, per una miriade di fattori concomitanti che nemmeno il più sapiente tra gli stregoni saprebbe sempre individuare.

Il "Mercado de las Brujas" a La Paz, in Bolivia
Chi invece sostiene che la magia sia vendibile di solito argomenta che anche altri servizi normalmente pagati nella nostra società non possono garantire successi automatici (persino le procedure mediche hanno un margine ineliminabile di insuccesso), che non è sbagliato far pagare la magia finché non si chiedono cifre eccessive e/o non si manipolano i clienti (concetti quanto mai nebulosi e soggettivi, che trovare meglio argomentati qui se avete la pazienza di leggere), che chiunque dovrebbe avere diritto di vendere quel che vuole fintantoché qualcun altro lo vuol comprare di sua libera scelta (e di nuovo per me appare la nebulosità che ho appena citato), e che non c’è nulla di inerentemente spirituale nel lavorare gratis (a questo proposito ricordo una “tirata” di Jan Fries in uno dei suoi primi libri, che non riporto perché troppo lunga ma che in sostanza accusava la cultura giudaico-cristiana di aver garantito il “bollino della santità automatica” all’essere poveri con un atto di puro arbitrio morale: prendete pure la posizione che volete al riguardo). 
Una possibile via di mezzo tra queste due posizioni è forse quella dei praticanti che “non lavorano gratis” ma in cambio di un atto magico chiedono una libera offerta, che sia in denaro o in altra forma. Anche questo è sempre stato un atteggiamento diffuso un po’ ovunque: ad esempio è abbastanza normale tra i cartomanti e gli altri generi di oracoli (anche se, nell’ambito più genereale della magia, la diviniazione meriterebbe un discorso a parte), e qui in Italia era ed è tuttora molto comune tra i segnatori e i guaritori di campagna. 

Per venire in specifico a me, posso solo dire di aver trovato una risposta personale – e non particolarmente originale – alla questione. 
Io non vendo magia. Se decido di farne per persone diverse da me stesso, lo decido di mia volontà e lo considero un regalo. Molto spesso le persone per le quali l’ho fatto hanno voluto darmi qualcosa in cambio, che andava dall’offrirmi da bere a contraccambi più materiali. Ogni tanto mi hanno offerto a loro volta magia, e sono state le occasioni più belle. Da parte mia non ho mai chiesto nulla ma ho quasi sempre accettato quel che mi veniva offerto, tranne il denaro: quello non l’ho mai preso né lo prenderò mai. 
Ma si tratta, lo ribadisco, di una posizione puramente personale, che non mi sognerei mai di imporre moralmente a nessun altro. Non sono intrinsecamente contrario a chi vende la magia – tant’è che io stesso l’ho comprata, anche se di rado (un numero di volte che credo stia sulle dita di una mano) – ma io non lo faccio. 
Per tutto il resto, vale uno dei consigli migliori che siano mai stati formulati: Caveat emptor!