mercoledì 9 marzo 2016

Revisionary: Jim C. Hines e l'arte di riscrivere la realtà (con i maghi e qualche mostro)


Ed ecco un post che arriva in ritardo (e non solo perché, colpevolmente, è da un mese che non scrivo qui sul blog…) 
Due settimane fa ho finito di leggere Revisionary, quarto e tristissimamente ultimo volume della saga urban fantasy Magic Ex Libris di Jim C. Hines, uscito a febbraio di quest’anno. Per due settimane ho continuato a ripetermi ogni giorno “Domani ci scrivo un post, è importante!”… finché è arrivato il giorno di ieri e la mia carissima Aislinn, che nel frattempo ha finito il libro a sua volta, ne ha scritto uno prima di me. Dicendo tutto quello che intendevo dire io, e dicendolo meglio di quanto lo avrei saputo dire io.
Questo mi porta a tre riflessioni. 
La prima è: leggete il post di Aislinn, ne vale la pena
La seconda è: almeno questa involontaria “pungolatura” mi ha spinto a scrivere il post che avete sotto gli occhi (bionda, ti devo una Guinness ;-) 
La terza è: grazie a tutto quel che è già stato detto il mio post sarà più breve del previsto, e mi sono reso conto che voglio virarlo su due punti – entrambi già toccati da Aislinn – che mi stanno particolarmente a cuore. 


Jim C. Hines
Chi mi segue sa già (me lo avrà sentito ripetere alla nausea) che io considero Jim C. Hines uno dei più grandi autori di urban fantasy viventi. Se non sapete perché o volete rinfrescarvi la memoria, ne ho parlato qui già due anni fa, quando avevo appena scoperto il suo primo libro. In questi tre anni ho rimuginato all’infinito sui volumi della saga Magic Ex Libris, che mi hanno fatto ridere, piangere, incazzare, meditare, emozionare come pochi altri (forse come nessun altro) nell’ultimo decennio della mia vita. E sono giunto alla conclusione che per me quel che rende le storie di Hines più potenti di ogni altra – a parte la divina inventiva, a parte la scrittura di un’elegante essenzialità, a parte le trame a prova di bomba, a parte i personaggi strepitosi, a parte le mille adorabili citazioni che sono una vera e propria celebrazione della cultura nerd – è la combinazione due elementi: la volontà di portare le cose fino alle conclusioni estreme e la capacità di usare questo eccesso per parlare del mondo reale. 
Come ha fatto già notare Aislinn, i libri di Hines sono l’esempio perfetto di come si possa impiegare il fantasy per parlare della realtà (in maniera elegantissima, vorrei aggiungere, e senza togliere un solo grammo alla potenza di entertainment di ogni singola storia). Hines ha scelto di farlo con un sistema affascinante, semplice e nel contempo potentissimo: trascinare i concetti fin dove possono arrivare, e vedere cosa succede a quel punto. 
L’esempio forse migliore è il personaggio di Lena, la driade coprotagonista della serie. Dietro alla sua nascita c’è una domanda ben precisa e ben intuibile: cosa succede se rendiamo concreta e reale una figura molto tipica dei paranormal romance, ovvero la ragazza soprannaturale che esiste al puro scopo di dar piacere ai suoi amanti e si modella persino fisicamente (volente o nolente) sui loro desideri? 
Succede che Hines, in quattro libri, ne tira fuori una straordinaria storia di crescita umana, una riflessione acuta su cosa realmente possano essere il senso di identità e il libero arbitrio personale, una critica spietata all’immagine femminile nella società occidentale (e vale la pena di ricordare che i paranormal romance, con i modelli femminili che propugnano, sono letture espressamente dirette non a un pubblico di uomini arrapati ma a uno di ragazze adolescenti…) e un inno alla libertà di scelta potente come solo certe poesie o certe canzoni riescono a essere. 
Non contento di ciò, Hines non si ferma e usa la convivenza tra esseri umani e creature non umane per parlare di razzismo (e questo è già stato fatto migliaia di volte), usa la scoperta della magia da parte del mondo per mettere sotto pesante accusa il sistema sanitario americano (e questo ditemi un po’ voi dove altro lo trovereste), usa licantropi, sirene e vampiri per parlare di terrorismo internazionale e dei mezzi – giusti e sbagliati – con cui i governi tentano di fronteggiarlo. E in Revisionary fa usare ai villain della storia la relazione poliamorosa in cui vivono i protagonisti – un argomento che in un’Italia impegnatissima a discutere di unioni civili e uteri in affitto fa talmente accapponare la pelle che non se ne parla neppure, come se non esistesse – come leva per tentare di dimostrare che sono “elementi indesiderabili in una società”, persone moralmente inferiori, dei diversi da rendere innocui perché non contagino il resto del mondo (magari con i lager, perché no? È stato già fatto…) 
E tutto senza mai citare per nome una sola volta queste questioni. Perché non sono loro il focus della storia. La storia parla di avventure, di magia, di mostri, e ne parla – lo voglio ripetere – in modo straordinariamente divertente. 

Io non sarò mai come Hines. 
Mi mancano le palle, mi manca la pazienza, mi mancano il fuoco e l’intensità straordinaria che emanano dalle sue pagine (e mi manca anche un Paese con un mercato editoriale minimamente capace di valorizzare queste cose, ma questo è un altro discorso). 
Per questo dico che di autori come Hines ne voglio di più, atrocemente di più. 
No, mi sono espresso male. Di autori come Hines ne servono di più. Ce n’è un bisogno acuto, disperato, che dovrebbe tenerci svegli la notte. 
Perché nel nostro piccolo, pericolante mondo mentale, assediato ogni giorno dall’insostenibile idiozia del mondo esterno, avvelenato dalla sua stessa produzione continua (e continua consumazione) di materiale tossico, saccheggiato da Hollywood e trasformato in un prodotto da fast food, gli Hines sono un’ancora di salvezza, e una roccia a cui agganciare l’ancora. Emergono fuori dall’acqua, sempre e comunque, e l’acqua che schiuma e ruggisce furiosamente contro di loro non fa che renderli ancora più evidenti. 
Finché ci saranno loro, io so che non andremo a fondo.   





1 commento:

  1. Quello che penso te l'ho già detto.
    Il fuoco c'è, in queste righe, il post è bellissimo e MENO MALE che l'hai scritto. Ieri, poi, una ragazza mi ha scritto che ha comprato Libriomancer subito dopo aver letto il mio post e le sta piacendo moltissimo: magari serviamo a poco, ma a qualcosa serviamo.
    E se non saremo mai degli Artù, mi va bene anche essere Don Chisciotte
    (E la Guinness l'accetto sempre volentieri!)

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