mercoledì 26 agosto 2015

Gli dèi viventi, puntata 1: La Caccia Selvaggia

Ben prima di diventare una mia ossessione personale, la Caccia Selvaggia (o Caccia Maledetta, o Caccia Furiosa, o Caccia Infernale, o Caccia Morta… anche solo in italiano ha un sacco di nomi) è stata un importante elemento della tradizione indoeuropea per millenni. Se non avete la minima idea di cosa sia verrebbe lungo spiegarvelo qui, ma ne trovate facilmente descrizioni on line (a partire da Wikipedia) o sui libri, benché – che io sappia – non esiste un’autentica monografia sull’argomento né in italiano né in inglese (in altre lingue forse sì, ma io purtroppo leggo solo queste due).
Se sapete già di cosa si parla, o non vi interessa, potete saltare a piè pari i quattro paragrafi “accademici” che seguono. 

In estrema sintesi, è la leggenda di un gruppo di cacciatori soprannaturali che si aggira nella notte – secondo alcune tradizioni solo in specifici momenti dell’anno – per ghermire, fare a pezzi o rapire dal mondo terreno gli sfortunati che incrociano la sua strada. La si trova diffusa dalla Spagna all’India, dagli Appennini ai fiordi scandinavi, in centinaia di varianti ma sempre facilmente riconoscibile. Le prime attestazioni scritte sono medievali, ma non mancano le prove documentarie che indicano un’origine molto più antica, forse persino preistorica. 
Questo dovrebbe cominciare a darvi un'idea
Sia i componenti della Caccia che il Signore che la guida variano nel tempo e nello spazio, spesso intersecandosi con miti e tradizioni locali: si tratta ora di diavoli, ora di anime di morti senza pace, ora di creature fatate, ora del corteo di qualche antica divinità. A sua volta il Signore della Caccia può essere un dio o una dea, un Re o una Regina delle Fate, un demone o lo spettro di un personaggio storico. 
Nei filoni cristiani della tradizione il Cacciatore è spesso identificato col diavolo. In area celtica è quasi sempre coronato di corna, che lo identificano in maniera piuttosto certa come un aspetto del dio gallico Cernunno (Herne the Hunter in alcune regioni inglesi). Sempre in Gran Bretagna la Caccia può essere guidata da fantasmi locali (nella lista c’è persino quello di sir Francis Drake), da divinità britanniche e/o gallesi (Nuada o Gwyn ap Nudd) e anche da re Artù. In area germanico-scandinava è più spesso il dio Odino (Wotan o Woten nelle regioni continentali), ma anche la dea Holda, o il re degli esseri fatati (l’Erlkönig antenato del diavolo Alichino e della maschera di Arlecchino), o uno spettro famoso (in Sassonia ad esempio è il leggendario conte von Hackelberg). 
La figura del Signore della Caccia come anima senza pace prevale anche nell’Europa mediterranea (Italia, Francia, Spagna), di cristianizzazione più antica, come pure la sua facile identificazione col diavolo. In Italia la leggenda è diffusa soprattutto in montagna (più sulle Alpi che sugli Appennini) nella sua declinazione diabolica, ma non solo: ad esempio nel Nord-Est a guidare la Caccia è l’anima del re Beatrik, cioè Teodorico. La Caccia appare anche in una novella del Decameron, l’ottava della quinta giornata, e lì a condurla è lo spettro di un aristocratico suicida. 

Anche la Caccia entra rombando negli anni Ottanta!
Tranquilli, ora la smetto col nozionismo (peraltro sono tutte cose che trovate on line). 
La Caccia è sempre piaciuta agli artisti sia di ieri che di oggi, e non è difficile capire perché: ha ispirato quadri, ballate, opere musicali, canzoni metal, film (se ne avete voglia cercatevi un misconosciuto, allucinato film canadese del 2009 intitolato proprio The Wild Hunt, che mescola il mito della Caccia, la storia di Sigfrido e il mondo del LARP) e ovviamente romanzi fantastici. Il primo – per quanto ne so – a trasfigurare la Caccia in termini fantasy è stato Tolkien, che ci ha tirato fuori i Nazgûl, e tra gli autori più recenti che l’hanno messa nei loro libri ci sono Jim Butcher, Andrzej Sapkowski, Robert Jordan, Laurell K. Hamilton e Charles de Lint. Quest’ultimo in particolare è stato il primo a “vestire in abiti moderni” la Caccia nel suo urban fantasy Jack the Giant Killer (1987) trasformandola in una banda di motociclisti neri, idea bellissima che io stesso ho spudoratamente riciclato nel mio Godbreaker.
E arriviamo al paganesimo contemporaneo, che poi è il vero punto di tutto questo papiro. La religiosità pagana di oggi, in particolare quella di matrice celtica, ha correttamente riconosciuto nella Caccia Selvaggia un antichissimo archetipo mitologico indoeuropeo, non solo affascinante ma anche carico di potere. La Caccia lega il mondo dei vivi a quello dei morti, la dimensione dell’uomo e della civiltà a quella delle selve e dei loro abitanti non umani, e a guidarla c’è nientemeno che un’ipostasi del Dio Cornuto, una delle figure divine favorite del paganesimo moderno. 
Per questo negli ambienti pagani le ricostruzioni rituali della Caccia non sono una rarità. C’è un (relativamente) famoso brano dell’antropologa Susan Greenwood, non a caso riportato anche dalla pagina Wiki che ho linkato sopra, che tradotto suona più o meno:
Dal punto di vista di chi pratica forme di spiritualità della natura, la Caccia offre un’iniziazione alla dimensione selvaggia e un’apertura dei sensi, un senso di dissoluzione del sé nell’incontro con la paura e la morte, una via per esporsi “all’impulso impetuoso che percorre la vita”. In parole povere, avere a che fare con la Caccia è un tentativo di restaurare il senso di reciprocità e armonia tra l’uomo e la natura.
Queste poche righe racchiudono un mondo intero. E, senza voler sollevare la minima polemica né togliere un solo grammo di valore alla potenza di queste iniziazioni magico-religiose, non mi trovano d’accordo quasi per niente. 
Per quanto abbia ceduto volentieri anch’io al gioco letterario di vestirla in abiti moderni, la Caccia Selvaggia è una realtà profondamente, spaventosamente primordiale, in senso non solo cronologico ma anche psicologico. A parole questo nessuno lo nega, ma di fatto nella ritualità moderna la tendenza più diffusa è quella di identificazione con la Caccia. Ci si mescola al corteo del Dio Cornuto, lo si segue nella sua corsa folle nei boschi, si celebra la sensazione liberante, selvaggia del sentirsi sovrumani, puramente istintivi, il senso di potere che deriva dalla consapevolezza di essere una forza della natura scatenata e inarrestabile, al di là di qualunque legge che non sia quella del ciclo eterno vita-morte (fuori dai contesti propriamente sacrali, persino nei giochi di ruolo è questo l’utilizzo più frequente che viene fatto della Caccia: potreste averne esperienza di prima mano, così come lo vedrete anche nel film che citavo sopra). 
E ci si dimentica un dettaglio fondamentale: nel mito, i Cacciatori non siamo noi
Un Pan notturno... ma ancora non ci siamo
Siccome gli dèi (o il Dio singolo, io sono di quelli che non vedono una vera differenza tra le due cose) non sono idee astratte o costrutti simbolici, ma forze reali che attraversano continuamente le nostre vite, per cercare di capirne qualcosa conviene sempre “incontrarli” in prima persona. E l’esperienza diretta, personale della Caccia Selvaggia è alla portata di chiunque. 
Andate nei boschi di notte. 
Non parlo del boschetto piatto come un foglio dietro casa vostra, a cinquanta metri da una strada coi lampioni: parlo dei boschi di montagna, lastricati di sterpi e pietraie, dove non esistono altre luci che quelle in cielo e al massimo la torcia elettrica che vi sarete portati, a una distanza minima dal resto dell’umanità tale che, se vi metteste a urlare, non vi sentirebbe anima viva. Andateci alle tre di notte, d’autunno, quando il limitare degli alberi è una muraglia nera, mentre tra i rami c’è la brezza e in cielo le nuvole ogni mezzo minuto coprono la luna. 
Persino se ci resterete meno di un quarto d’ora, persino se non vi succederà niente di diverso dal sentire un po’ di vento addosso e qualche animaletto che si muove nel sottobosco (e, intendiamoci, io non vi garantisco affatto che non vi succederà niente…), vi sentirete sorgere dallo stomaco una sensazione che non servirebbe tentare di metter giù qui a parole. 
Il silenzio-che-non-è-silenzio vi farà sentire nudi, spaventosamente esposti. Crederete davvero che qualcosa vi stia osservando. Vi verranno in mente le fiabe, e non in una maniera divertente. Frugherete anche voi con gli occhi le ombre, ma non riuscirete a mettere a fuoco quasi nulla. Tutto sta fermo, eppure tutto si muove. 
Non limitatevi a immaginarlo: fatelo, e avrete provato un refolo sottile della presenza di una forza sovrumana. Avrete provato lo sguardo del Signore della Caccia. 
E non sarebbe nemmeno strano se quella presenza vi seguisse fino a casa e quella notte si insinuasse anche nei vostri sogni (per la qual cosa ci possono essere spiegazioni magiche e spiegazioni psicologiche: scegliete quelle che vi piacciono di più). 
L’archetipo del Dio Cornuto è vasto, e io sono il primo a battere le mani davanti ai suoi aspetti più allegri. Ma “lì dentro” non c’è solo Pan che suona il flauto e ci libera dalle inibizioni, o Cernunno il dio-sciamano che siede quieto in mezzo agli animali, o Dioniso che danza ridendo tra le ninfe: c’è anche il Nero Signore delle Foreste che non ha nome, che vive lontano dagli uomini ed era qui prima di loro, e che capisce un’unica, antichissima legge. 
Ora cominciamo a esserci
La sua lezione – come peraltro quella di qualunque divinità – è perfettamente viva oggi, e ci insegna che possiamo crederci padroni della natura quanto ci pare. È fuor di dubbio che il contatto con la Caccia Selvaggia possa ridarci “il senso di reciprocità e armonia tra l’uomo e la natura”: ci mostra, in maniera semplice e diretta, che nel grande ciclo della vita e della morte noi siamo cibo per i lupi.
E se pensate che nel nostro mondo civilizzato gli unici lupi rimasti siano quelli metaforici, considerate di poter vedere la Caccia che piomba sulla vostra casa come un terremoto, come un’inondazione, come un avvelenamento della falda acquifera. Considerate di poter diventare “cibo” per un batterio. Per una malformazione genetica. Per un virus.

Di solito si dice che rispettando gli dèi si evita di farli incazzare. Al di là dei discorsi ecologisti, che rischiano di sfociare nella retorica persino quando sono sinceri, esistono tre sistemi per rispettare il Signore della Caccia, che funzionano da tempi immemorabili: non andare a disturbarlo a casa sua. Togliersi di mezzo quando lo si sente arrivare (e lo si sente sempre arrivare). E, per quanto ci si voglia identificare con il suo corteo di Cacciatori, non dimenticare mai che là fuori, nei boschi, noi siamo la preda.

10 commenti:

  1. Splendido pezzo. Mi hai fatto (ri)vivere un brivido...

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  2. Ah ecco cos'è quella fifa che mi ha sempre preso in montagna in giro per i boschi... Splendido pezzo Luca, grazie

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  3. Molto interessante scoprire in parte le origini del Mito della Caccia Selvaggia (alquanto afascinante). La parte in cui citi la caccia come una un cataclisma naturale mi ha fatto pensare un po' al Wyrm di Werewolf The Apocalypse, anche se li è un po' diverso il concetto. Comunque, bellissima l'idea dei motociclisti come Caccia Selvaggia (tra le figure più riuscite di Godbreaker secondo me)

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  4. Bellissimo!!! Abbiamo passato una notte in montagna a 1600 mt, a qualche chilometro dal primo insediamento umano, la sensazione che si prova è proprio quella che hai descritto, una paura primordiale che ti prende allo stomaco a metà strada tra l'affascinante e il disarmante. Bravo Luca!!!

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  5. Mi è piaciuto e interessato molto! Curiosamente oggi ho scritto un post sul rapporto tra grecia antica e natura. Niente caccia selvaggia da quelle parti, per quel che ne capisco io, Dioniso e le sue baccanti sembrerebbero avere altra natura e Pan rimane piuttosto marginale. Tu che ne pensi?

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    1. Ti do abbastanza ragione, Tenar. Pan ha sicuramente un suo aspetto oscuro (il terror panico e via dicendo), ma non è un cacciatore, anche solo per il fatto che nelle sue apparizioni mitologiche “di tipo aggressivo” tendeva a essere solo. Le Menadi già si avvicinano molto di più al modello tradizionale della Caccia, ma concordo con te che si tratta più di somiglianza archetipica che di effettiva coincidenza mitologica (poi per stabilirlo con maggiore certezza servirebbero più fonti).
      Tutto questo chiaramente appartiene al piano accademico e documentario: su quello simbolico e ancor di più su quello religioso, nessuno ci impedisce di trarre ogni genere di collegamenti e di vedere – se lo vogliamo – Pan e Dioniso come altrettante manifestazioni del Dio Cornuto “generalizzato”. Dado il dovuto all’accademia, ci rimane la libertà della devozione personale ;-)

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    2. Io non ho tutta questa libertà, da semplice letterata agnostica rimango prigioniera delle fonti (cosa che non mi impedisce di essere oltremodo affascinata dalla mitologia e dalla religione tutta) ;)

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  6. L'ho letto al buio. Cosa c'è fuori dalla mia finestra lo ricordi. Brividi, sempre.

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  7. Ho letto questo post e mi è piaciuto moltissimo.
    Per quanto sia ignorante in materia, La Caccia mi ha sempre affascinato all'inverosimile.
    L'ho conoscita leggendo un libro, La ragazza della torre di Cecilia Dart-Thorton (trilogia molto affascinante tra l'altro).
    Ma poi ho una domanda che forse centra, forse no: cosa significa esattamente praticare lo shamanesimo?

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