mercoledì 4 maggio 2016

Una notte delle streghe lunga diecimila anni


E così sabato scorso, la notte del 30 aprile, mi ritrovo a Na Kampě, un’isoletta della Moldava nel cuore di Praga, praticamente sotto il Ponte Carlo (se andate dalla Città Vecchia a Malà Strana ve la trovate in fondo al ponte sulla destra). Sono le prime ore della sera, ha appena cominciato a far buio: con me ci sono le tre persone più importanti della mia vita, ho in testa una ghirlanda di foglie verdi e davanti ai miei occhi brucia un fuoco di Beltane. 
Non siamo qui a Praga per questo, anzi fino a pochi giorni prima non avevamo nemmeno idea che nella Repubblica Ceca i festeggiamenti per Beltane fossero una cosa normale. Ma forse il caso non esiste, o forse sono solo fortunato, e l’informazione è arrivata per tempo. Scoprire ora e luogo esatti, peraltro, non è stato facilissimo: la mia guida turistica era assai vaga in merito, le notizie on line erano contraddittorie e la vecchietta del centro informazioni cittadino, con il suo inglese volenteroso ma andante, non ci era sembrata terribilmente convinta. Ma ci ha dato le indicazioni corrette. 
I cechi la chiamano la Notte delle Streghe o il Rogo delle Streghe (Pálení Čarodějnic, non chiedetemi come si pronuncia), e nella migliore tradizione millenaria la festeggiano accendendo fuochi sulle colline in varie parti del paese. A Praga tutto inizia nella piazza centrale di Malà Strana, a un tiro di freccia dalle mura del Castello: verso l’ora di cena si raduna una piccola folla, con molti bambini e un certo numero di donne di tutte le età vestite da streghe. La più anziana potrebbe essere mia madre, la più giovane mia figlia. A una prima occhiata sembrano semplici costumi da carnevale, ma se si guarda meglio non sfugge un po’ di simbologia esoterica qua e là (mi colpisce soprattutto una donna non giovane con un realistico terzo occhio dipinto in fronte). 
Intendetemi, siamo ben lontani dalla folla oceanica del Beltane Fire Festival sulla collina di Calton a Edimburgo, ma non sono nemmeno quattro gatti. 
A un certo punto, guidata da un banditore in abiti medievali che suona un corno, la folla parte in processione per le vie di Praga; la precedono ragazzi in tunica grigia che suonano tamburi di pelle; dietro di loro vengono le donne in costume, che ballano agitando rami d’albero e lanciano grida che avrebbero poco da invidiare a un corteo di menadi; dietro a tutti viene un carretto con l’effige di stoppa di una strega, ovviamente destinata a finire nel fuoco (ad acuire ancor di più la somiglianza con la nostra Befana, il fantoccio porta in mano un sacco traboccante di buste, che immagino siano lettere scritte dai bambini). 
Il corteo, che procede senza alcuna fretta, arriva alla testa del Ponte Carlo, scende giù sulla banchina del canale di Čertovka (che curiosamente significa “Canale del Diavolo”, anche se ho trovato dati contrastanti sull’origine del nome) e si dirige al parco alberato nel centro di Na Kampě, dove la pira per il fuoco è già pronta, circondata di bancarelle, suonatori e artisti da strada. La gente che vede passare il corteo si ferma e naturalmente lo fotografa coi cellulari, ma è palese che non è un evento turistico: non è pubblicizzato da nessuna parte, la gente non ne parla, e sarebbe bastato trovarsi dall’altra parte del ponte per non accorgersene neppure. Chiaramente ai praghesi non sembra una cosa che valga la pena segnalare ai visitatori.
Io e i miei compagni di viaggio siamo in prima fila quando il fuoco viene acceso, e l’atmosfera cambia in maniera percettibile. Il fantoccio brucia subito con una gran fiammata, quasi senza lasciare traccia. Il ritmo dei tamburi si fa ossessivo. Le “streghe” lanciano i loro rami sulla pira e danzano in cerchio attorno al fuoco, le più giovani con movimenti sinuosi, dionisiaci. L’aria della sera si fa sempre più scura, e le fiamme sempre più alte.

Non posso fare a meno di domandarmi a cosa sto assistendo.
Un carnevale locale? Senza alcun dubbio. La folla è piena di bambini che si divertono, anche le “streghe” ridono e fanno smorfie mentre ballano e ogni tanto dalla folla qualcuno per gioco fa il gesto di afferrarne una e gettarla nel fuoco al grido di “Pále! Pále!” (“Brucia! Brucia!”) 
Eppure c’è dell’altro, basta guardare bene. Alcune delle “streghe”, soprattutto le più giovani, gridano e ballano con uno spirito selvaggio che ha ben poco della pura mascherata carnevalesca. Nella penombra, tra la gente, proprio davanti a me, una ragazza con una gonna a fiori punta verso le fiamme le mani con i palmi aperti e le tiene ferme, a lungo, in un gesto inequivocabile. Un’altra (la vedete di spalle in questa foto) si stacca dalla folla, si avvicina al fuoco e resta in piedi, reverente. Uno dei pompieri che sorvegliano il falò la tocca sul braccio e le fa cenno di allontanarsi un po’. Lei obbedisce. E poi si inginocchia. 
Stiamo parlando di un paese dove, lo sappiamo, mezzo secolo di comunismo ha fatto piazza pulita della chiesa cattolica come di quella ortodossa, ancor più nelle teste della gente che per le strade delle città: di antiche chiese ce ne sono ovunque a Praga, ma appena prima di partire leggevo che il 79% dei praghesi si dichiara ateo, agnostico o semplicemente non religioso. 
Ma i fuochi di primavera sono ancora lì, a bruciare sulle colline e nei prati ogni inizio di maggio. Forse ininterrottamente da prima del comunista, del crociato, del soldato romano, del guerriero indoeuropeo. Forse, a modo suo, quel fuoco non si è mai davvero spento negli ultimi diecimila anni. 
Certo, tante cose sono cambiate. Ma tante sono rimaste le stesse. Le donne ballano ancora in cerchio con il ramo di maggio in mano. I tamburi rimbombano. La gente mangia, beve e festeggia alla luce delle fiamme. E sulla pira brucia un’effige che, in un immaginario che non ha più di qualche secolo, può anche passare per una stregaccia medievale da ridurre in cenere, ma rimane sempre e comunque lo Spirito dell’Inverno, la vecchia Dea della stagione morta, la Cailleach, la Befana, che conclude nel fuoco e nella luce il suo mezzo anno di regno.
Non posso sapere quante delle persone riunite quella sera a Na Kampě fossero consapevoli di partecipare a un rito antichissimo, mascherato sì da folclore, ma con una maschera di cartone, ancor meno convinta dei più buffi tra i costumi delle “streghe” praghesi. 
Eppure erano là, c’erano l’anno prima, e ci saranno ancora l’anno che verrà. 
Perché accade tutto questo? I miei amici pagani forse direbbero che gli dèi ci sono e non smettono mai di farsi sentire. I miei amici cristiani, che le superstizioni sono dure a morire. E i miei amici razionalisti, che l’uomo ha sempre bisogno di qualcosa di invisibile a cui aggrapparsi, anche quando diventa inverosimile farlo. Come al solito, una risposta io non ce l’ho. 
Prima di andarmene per tornare alle luci serali e alle belle strade di Praga, anch’io ho lanciato nel fuoco la mia ghirlanda di foglie, assieme a una ciocca di capelli. 
Non abbiamo dimenticato.

1 commento:

  1. Anche in Svezia la Midsommarfest (Festa di mezz'estate) rimane rigorosamente pagana. Nella maggior parte dei casi l'appuntamento, diffusissimo in Svezia, è solo una scusa per 'nbriacarsi e far casino in compagnia, ma se si hanno gli agganci giusti (a me è successo nel 2010 come ho raccontato nel mio blog) si può ancora trovarsi a partecipare a un rito elaboratissimo, che conserva molte delle caratteristiche che aveva nell'antichità pagana.

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