venerdì 31 maggio 2013

Il "problema dei libri di moda": a modest proposal


ORIGINARIAMENTE PUBBLICATO SU FACEBOOK IL 31.05.2013

Stamattina un divertente post di Blue Oltremare mi ha fatto tornare in mente una cosa a cui penso spesso ma che dico di rado (perché di solito mi frutta insulti o, nel migliore dei casi, gentili spiegazioni sul “perché ho torto”): la questione dell’avercela coi libri (e con gli autori) per il loro genere.
La prima reazione di solito è “Non è affatto vero, io non ce l’ho per principio con nessun genere! Semmai è quello specifico libro/saga/autore/autrice che non dovrebbe esistere perché…” (fill the blank con “è scritto da cani”, “inquina il genere”, “è un libro per bimbiminkia”, “è il bieco sfruttamento commerciale di una moda” eccetera). Ovviamente, più il libro/saga/autore/autrice è celebre e più il rant è fragoroso. Nell’ambito del fantastico la categoria più presa di mira di solito è il paranormal romance, ma di sicuro vi verranno in mente anche altri esempi.
Vero è che io stesso, quando non sono incazzato, amo pensare a me stesso come a uno che non ce l’ha di base con questo o quel genere, ma che al massimo ha generi che non gli interessano neanche un po’ – nel mio caso, ad esempio, il distopico – e che quindi semplicemente non legge. Il corollario è che non provo rabbia o dolore se quel genere viene pubblicato e venduto. Neanche se viene pubblicato e venduto tanto. Persino se è composto al 99% da libri oggettivamente brutti (come è endemico di qualunque cosa diventi molto di moda, nessuno ci può fare niente).
Questo è il punto in cui di solito partono gli attacchi di bile.
L’argomentazione più frequente suona più o meno: “I libri del tal genere ci danneggiano tutti! Danneggiano i lettori, l’editoria, il mercato (in qualche caso ho sentito persino “la cultura”…) In libreria lo spazio sugli scaffali è limitato: se un certo genere diventa di moda i librai vorranno vendere solo quello, gli editori pubblicheranno solo quello, i lettori – che sono mucche – vorranno solo quello, e così bellissimi libri di altro genere spariranno nel nulla, bravissimi autori non emergeranno mai e il mondo verrà invaso da legioni di angeli-vampiri con 50 sfumature di luccicanza”.
Può darsi che tutto ciò sia vero. O magari non lo è. Io non ho i parametri per valutarlo. Ma, molto immodestamente, presumo di possedere il segreto che può risolvere il problema: cercate, leggere e diffondete i libri che vi piacciono.
Nessun rant, nessuna recensione negativa, nessuna pacata e argomentata spiegazione sul perché determinati libri non sono belli/buoni/giusti/valevoli ha mai fermato nessuna ondata libraria, né mai ne fermerà. Se volete i libri che piacciono a voi sugli scaffali, se ne volete trovare almeno una copia in vetrina accanto alle venti della moda di quel mese, esiste un solo sistema: chiedeteli ai librai, cercateli su internet, parlatene ovunque vi capita, entusiasmatevi, consigliateli agli amici, regalateli ai compleanni.
Vi sembra fiacco? Pensate che così non cambierà mai niente? Buona fortuna con le lamentele.

giovedì 30 maggio 2013

Il reality check dei liceali


ORIGINARIAMENTE PUBBLICATO SU FACEBOOK IL 29.05.2013

Stamattina ho passato quattro ore a parlare con svariate classi di un liceo artistico. Non è la prima volta che lo faccio ma non lo facevo più da quasi un anno. E ancora una volta è stato un quasi traumatico, centrifugante, illuminante reality check.
Per chi come me passa tutto il giorno seduto al dannato PC, a scrivere e leggere ed editare e parlare quasi solo con altra gente che scrive (o che legge in proporzioni abnormi rispetto alla media e/o ha fatto del giudizio un'improbabile arma di attacco-difesa) è straordinariamente facile dimenticarsi dei lettori.
E intendo i lettori veri, in carne e ossa, quelli che leggono un botto di libri al mese e quelli che va già bene se ne leggono uno all'anno, quelli che leggono solo fantasy e quelli che a momenti non sanno neanche cos'è. Non che addetti ai lavori, blogger e simil non siano lettori veri, beninteso, ma non appartengono al "novero delle migliaia". Ed è quest'ultimo, il "novero delle migliaia", che nel bene e nel male costituisce il vero pubblico.
Quelli con cui ho parlato erano ragazzi dai 14 ai 17 anni, ovvero esattamente il target preso di mira – sì, la metafora militare è voluta – dall'editoria italiana del fantastico. E cosa vogliono questi ragazzi-lettori-o-potenziali-tali?
Vogliono storie.
Se ne fottono altamente se i vampiri sono troppo di moda. Se ne fottono se "la caratterizzazione del protagonista è stereotipica". Se ne fottono della reinterpretazione in chiave weird ma più virata sul dieselpunk della realtà socio-politica odierna. Se ne fottono del POV e dell'io narrante e dello show don't tell.
Vogliono storie di cui innamorarsi.
Se vi rendete conto che passate le vostre giornate a caccia dell'ultimo avverbio sopravvissuto allo sterminio di massa tra le vostre pagine, e che vi incazzate a morte con voi stessi perché non lo avete trovato, o se – peggio – vi accorgete di quanto è fondamentale per voi la profonda differenza tra high fantasy, low fantasy ed heroic fantasy post-moorcockiana, vi consiglio caldissimamente un giro al liceo.

martedì 12 marzo 2013

Perché gli angeli


ORIGINARIAMENTE PUBBLICATO SU FACEBOOK IL 12.03.2013

Attenzione, questo non è un post intelligente: è un post da fanboy.
Io vado pazzo per gli angeli, mi mandano in botta. Ci vado pazzo da quando ero ragazzino – vent’anni fa – e non se li filava nessuno. Oggi sono diventati di moda per via dei paranormal romance, ma dimentichiamocene per 5 minuti.
Chi ha la mia età forse ricorda che nel 1995 uscì L’ultima profezia (in originale The Prophecy), un film di cui è inutile elencare i difetti ma che era – ed è tutt’ora – dannatamente cool. Angeli col trenchcoat prima di Matrix, angeli incazzati che ammazzavano la gente prima di Supernatural, angeli che apostrofavano gli esseri umani chiamandoli "scimmie parlanti" e passavano la loro esistenza "lodando Dio, ma sempre con un’ala intinta nel sangue". Non è stato lì che sono entrato nel tunnel degli angeli, ero già dentro, ma quel film è stato il punto di svolta.
Ora, perché mi piacciono gli angeli? Tre ragioni in ordine sparso:

1) gli angeli non sono buoni. Non cercate lontano, leggete la Bibbia: gli angeli ammazzano i bambini (Esodo, 12), spianano le città (Genesi, 19), storpiano la gente (Genesi, 32). E quando fanno di testa loro anziché obbedire, non va meglio: negli apocrifi vedrete angeli che schiavizzano la razza umana, insegnano stregonerie e partoriscono mostri.

2) gli angeli sono strani, ma strani tanto, sono quasi weird. Nei testi religiosi troverete angeli con rastrelliere di ali multiple, angeli con occhi sulle ali (no, non è stato Guillermo del Toro il primo a pensarci), angeli con teste e arti di animali, angeli con facce sulla schiena, angeli a forma di ruote di fuoco parlanti. Nella mistica araba ci sono angeli con le viscere di ferro e angeli che producono la realtà col rumore delle loro piume.

3) gli angeli hanno problemi di taglia epica, da supereroi. Hanno responsabilità enormi, se si fanno scrupoli di coscienza finiscono nel fuoco eterno, se fraternizzano coi mortali sono cavoli amari per tutti. Le loro storie (romance a parte) sono storie di guerre fratricide, di ambiguità morali, di scelte atroci, di passioni titaniche che provocano catastrofi.

È per questo che vado su di giri quando sento un brano metal che parla di angeli. Che penso che Days of Blood and Starlight di Laini Taylor sia un libro strafico. Che amo gli angeli filosofici di Steven Brust, i nephilim sporchi e cazzoni di Richard Kadrey, gli angeli-avvocati di Tad Williams, gli angeli weird di Hal Duncan, e persino gli angeli un po’ sfigati di Thomas Sniegoski.
E voi? Leggete storie di angeli? E se sì, quando vi piacciono? Quando si innamorano? Quando uccidono? Quando si ribellano? Quando non sanno cosa fare? Quando sono misericordiosi? Quando sono mostri di luce e fuoco?

sabato 19 maggio 2012

My Life as a White Trash Zombie di Diana Rowland


ORIGINARIAMENTE PUBBLICATO SU URBANFANTASY.HORROR.IT IL 18.05.2012


Cervelli al cioccolato per tutti!

Di moda in moda, dopo le fiabe del mese scorso questa volta parliamo di zombi. Metto le mani avanti dicendo che l’argomento mi prende poco e dunque non sono per niente un esperto, ma qualcosa mi è passato sotto gli occhi e comunque – diciamocelo – i mostri sono tutti belli!
Negli ultimi anni abbiamo avuto zombi un po’ in tutte le salse, da quella di budella a  quella di soia. Personalmente ai classici zombi rampage preferisco le storie coi morti viventi protagonisti, come – pesco a caso tra le mie letture – Dust e Frail di Joan Frances Turner, dove gli zombi girano in bande di teppisti con troppo tempo libero che ricordano i cari vecchi vampiri da marciapiede degli anni Ottanta (quelli di Ragazzi perduti e Il buio si avvicina, per intenderci). Oggi ci sono persino i paranormal romance sugli zombi. "Cosa?!" direte, "Ragazzine innamorate perse di bei figoni che intanto marciscono e perdono pezzi in giro??" Altroché! Vedete ad esempio Dearly Departed di Lia Habel, che non è nemmeno un brutto romanzo. Ma non è di questi che voglio parlare bensì della mia zomba preferita, Angel Crawford, protagonista dello spassoso My Life as a White Trash Zombie (2011).
Per i poco anglofoni, ‘white trash’ è l’espressione gergale che indica gli americani bianchi di bassa estrazione sociale, particolarmente negli Stati del sud: quella gente che in genere vive in una roulotte, beve troppo, non riesce a tenersi un lavoro e così via (se guardate True Blood avete presente benissimo cosa intendo). La "spazzatura bianca" di turno è appunto la nostra Angel, che passa la sua vita da schifo in un paesino insignificante della Louisiana (patria per eccellenza dello zombi americano DOC, nonché patria dell’autrice) con corredo di roulotte, padre alcolizzato, madre scappata, fidanzato va’-e-vieni e notevoli quantità di birra e droghe. Una sera, tornando a casa ubriaca e strafatta, ha un tremendo incidente d’auto e si risveglia… morta stecchita.
Cosa le sia successo per lei è un mistero, ma in breve il presente diventa più importante del passato e, sorprendentemente, da morta la sua vita migliora. Un anonimo benefattore – colui che l’ha resa zombi? – le trova un lavoro come assistente del coroner locale, e Angel scopre pian piano e un po’ a casaccio un mondo intero di morti che vivono tranquilli tra i vivi, gestendo come possono il loro problema principale: la fame di cervelli.
Già, perché stavolta la morte vivente funziona così: se uno zombi si nutre regolarmente di materia cerebrale umana resta integro e sano di mente; se smette di farlo ricomincia a marcire e la fame prende il sopravvento (inoltre più uno zombi fa vita attiva e più la fame cresce, dunque la maggior parte degli zombi è pantofolaia e guarda tanta tv sdraiata sul divano). Ah, come i vampiri, direte voi. Sì, solo che un vampiro può bere un sorso e via, può cacciare tra le ragazze in discoteca, può anche farsi un cicchetto di sangue di topo: uno zombi mangiacervelli che ‘va a cena’ in discoteca… lasciamo perdere.
E quindi via libera a un underground di zombi che lavorano in obitori, ospedali e imprese di pompe funebri, che trafugano cervelli dove possono e se li scambiano come cestini da picnic – ogni tanto assieme alle ricette per renderli più buoni – e che in generale tentano di non rendersi troppo evidenti. Perché non tutti i vivi ignorano la loro esistenza, e c’è anche chi si arma di machete e decide che un mondo senza zombi starebbe meglio, come Angel scoprirà presto sulla sua livida pelle. D’altronde, si sa, le paludi della Louisiana sono sempre pronte a ingoiare cadaveri senza nome…
Avrete capito che My Life as a White Trash Zombie non è esattamente una lettura impegnata, ma se cercate solo un po’ di (in)sano divertimento senza troppe pretese qui ne troverete, soprattutto a stare nella testa della protagonista e a calarvi nel suo peculiare punto di vista. Angel è una simpatica bastarda, cresciuta con poco affetto e tante legnate, ignorante come una capra ma dotata di inventiva, che arriva a frullare i cervelli con latte e cioccolato per poterseli conservare in una forma accettabile a chi dovesse per caso guardare nel suo frigorifero. Avrete anche capito che si tratta di un romanzo disgustoso all’estremo, pieno di grotteschi ma spassosissimi dettagli medico-necrofilici, oltretutto autentici dal primo all’ultimo (zombismo a parte, spero…) dato che l’autrice ha potuto saccheggiare la sua esperienza pluriennale di esperta forense e assistente d’obitorio (e se, come me, pensavate che la gente della Louisiana non dev’essere tanto normale, questa forse ne è la conferma definitiva).
Le avventure della putrida ma ottimistica Angel proseguono nel secondo volume della serie, Even White Trash Zombies Get the Blues, in uscita quest’estate. E permettetemi di chiudere con un commento sulla copertina: come insegna il proverbio, non è da quella che si giudica un libro, ma secondo me questa è semplicemente meravigliosa!



AGGIORNAMENTO: nel frattempo la saga della White Trash Zombie è andata avanti e per ora (agosto 2015) conta quattro volumi, con il quinto (White Trash Zombie Gone Wild) in uscita a ottobre:

My Life as a White Trash Zombie (2011)
Even White Trash Zombies Get the Blues (2012)
White Trash Zombie Apocalypse
(2013)
How the White Trash Zombie Got Her Groove Back
(2014)

venerdì 6 aprile 2012

The Uncertain Places di Lisa Goldstein


ORIGINARIAMENTE PUBBLICATO SU URBANFANTASY.HORROR.IT IL 05.04.2012

The Uncertain Places di Lisa Goldstein
Quando le fiabe non hanno proprio nulla di romantico

Visto che la moda del momento sono le fiabe, offro il mio contributo. Ma anziché libri che parlano di streghe cattive, changeling disadattati o bellissimi principi fatati perdutamente innamorati di ragazzine mortali vi propongo qualcosa di diverso, e di assai meno rassicurante: The Uncertain Places di Lisa Goldstein.
Premetto che questo è un romanzo che dà il meglio di sé al lettore che non sa cosa aspettarsi (io l’ho letto senza conoscere nulla della trama), quindi se vi fidate del mio consiglio non proseguite con l’articolo ma andate di corsa a comprarvi il libro.
Se invece volerne saperne di più…
Negli anni Settanta nei dintorni di Berkeley, tra strade invase di hippie colorarti, strafatti e un po’ incazzati con il governo, vive una famiglia fatta di sole donne – madre divorziata e tre figlie – diversa da tutte le altre: sta in una casa ottocentesca circondata di vigneti, non ha un solo problema al mondo e qualunque cosa i suoi membri intraprendano, che si tratti di studio, carriera, arte o persino attività criminali, riesce sempre perfettamente. Una fortuna che non ha niente di naturale, e che non viene senza un prezzo: obbedendo a un patto siglato nell’Europa del Seicento tra il capostipite della famiglia e un’entità misteriosa, a ogni generazione una figlia femmina cade nel sonno e dorme per sette anni, mentre il suo spirito – o meglio ancora il suo "doppio" – viene tenuto prigioniero… altrove.  E così è stato per secoli.
Ma quando una di queste vittime designate si trova per fidanzato un ragazzo ignaro di tutta la faccenda ma intelligente, tenacissimo e assolutamente deciso a trarre in salvo la sua ragazza, la stabilità del patto è minaccia e le entità che ne traggono beneficio scendono in campo per dare battaglia.
The Uncertain Places è innanzi tutto un romanzo oscuro, che riesce – impresa non da poco nel panorama urban fantasy odierno – a restituire le creature fatate alla dimensione inquietante, a metà tra sogno e incubo, della tradizione fiabesca più antica. Il loro è un mondo del tutto alieno al nostro, grottesco nel migliore dei casi e infernale in tutti gli altri, che gronda come un’emorragia nella nostra realtà laddove i confini tra le due dimensioni si fanno indistinti (i "luoghi incerti" del titolo) per portare doni ambigui ed esigere in cambio prezzi spaventosi.
E in effetti un terribile senso di ambiguità pervade tutta la storia, a partire dai protagonisti, che scoprono sulla loro pelle che cosa significa dover scegliere tra il ‘fare la cosa giusta’ e una vita baciata da una fortuna unica al mondo: niente sfiga, niente incidenti o malattie, successo garantito dalla culla alla tomba. Vuoi diventare ricco? Vuoi essere famoso? Una rockstar? Un attore di Hollywood? Ci provi, e funziona. Sempre. E in cambio non si deve uccidere nessuno: basta consegnare una ragazza all’uso e all’abuso del mondo fatato per sette anni della sua vita. Ok, ogni tanto qualcuna ci resta secca, ma è molto raro. E comunque la colpa è dei fatati, chiaramente.
Che dite, l’idea non vi tenta nemmeno un po’?...
L’alternativa è mettersi contro creature millenarie che hanno dato vita a incubi e leggende. Esseri che possono entrare nella tua vita in ogni momento, come un morbo, che ti osservano dagli occhi degli uccelli sui cornicioni, che ti ritrovi di fianco mentre cammini per strada, pronti a trascinarti via dal tuo mondo e a tenerti schiavo nel loro, a recitare per sempre versioni orride e deformi delle fiabe che leggevi da bambino (nota totally nerd per i giocatori di ruolo: a chi ama Changeling: the Lost questo libro piacerà un botto).
Certo, puoi tentare di patteggiare con loro, come i mortali fanno da sempre, e ti vedrai offrire tesori incantati e poteri sovrumani in cambio di richieste apparentemente ragionevoli. Un gioco in cui i fatati sono maestri, e di cui tu non conosci le regole. E la posta si calcola in vite umane.
Ma non saresti completamente disarmato: avresti le fiabe dalla tua parte. Proprio quei racconti che i fatati stessi hanno tentato inutilmente di sradicare dalla conoscenza dei mortali, che ti rivelano – almeno in parte – come ragionano e che cosa vogliono i tuoi avversari.
Saresti in grado di usare le fiabe come un’arma da guerra?
E se anche riuscissi a batterli al loro gioco e riavere indietro la tua innamorata, cosa faresti accorgendoti che non basta questo a cacciare il loro mondo via dalla tua vita?
Al netto di tutto ciò, The Uncertain Places non è un romanzo ‘facile’: la trama superficialmente lineare nasconde un gioco di rimandi complesso e ambizioso, che potrebbe farvi venir voglia di rileggere la storia più volte a caccia di ‘quel che non avevate notato la prima volta’, e magari – come è accaduto a me – farvi fermare a metà lettura per domandare a voi stessi “Ok, ma io che decisione avrei preso, se mi fossi trovato in una situazione come questa?...”
E, ve lo garantisco, non troverete una risposta semplice.

martedì 6 marzo 2012

Gods and Monsters di Kelly Keaton

ORIGINARIAMENTE PUBBLICATO SU URBANFANTASY.HORROR.IT IL 06.03.2012


Il ciclo Gods and Monsters di Kelly Keaton
Ignorate le copertine da romance: in questi libri si menano i mostri. E anche gli dèi

Siccome scrivo in questo spazio ogni uno-due mesi, non posso parlare sempre di saghe o libri strafighi: non escono saghe o libri strafighi ogni uno-due mesi (o quantomeno io non li trovo!) Quindi ogni tanto, come ora, parlerò di opere "soltanto carine", che meritano un po’ d’attenzione. Giudizio soggettivo, chiaramente, ma non è una novità: le mie non sono recensioni, solo consigli personali di lettura. Questo mese ho scelto dunque il bizzarro ciclo Gods and Monsters di Kelly Keaton, che per adesso conta due titoli, Darkness Becomes Her (2011) e A Beautiful Evil (2012), e non è ancora concluso.

(Seguono alcuni spoiler, sono inevitabili: se non li volete leggere, saltate alla fine!)

Ari è una ragazza orfana della Louisiana, con alle spalle un passato di abusi e di fronte una missione autoimposta: andare a New Orleans e scoprire cosa è accaduto a sua madre, internata in manicomio e morta suicida subito dopo la sua nascita. Ha anche due occhi di un verde-azzurro poco naturale e una cascata di lunghissimi, biondissimi capelli che ricrescono in pochi giorni anche se vengono rasati a zero. E, non appena inizia la sua ricerca, si trova alle calcagna certi loschi figuri che portano in spalla scudi lucidi come specchi, non muoiono se gli spari e sembrano ben intenzionati a farla fuori.
Non vi interessa? Vi pare poco originale, trito, già sentito?
Ok, andiamo avanti. Non siamo nel presente ma nel 2026. New Orleans è stata spazzata da un nuovo uragano nel 2013, e stavolta sono rimaste solo macerie. Il Cimitero Lafayette è diventato una palude, con le tombe che spuntando dalla fanghiglia. Ci sono coccodrilli in periferia. Le nove famiglie più ricche e influenti della città hanno comprato dal governo i resti dell’abitato e ne hanno fatto la prima "città privata" d’America. Ovviamente per scopi che non c’entrano soltanto con la ricostruzione edilizia.
Ancora nulla?
Alziamo il tiro: all’insaputa degli uomini, gli antichi dèi sono in guerra, da più di mille anni. Se ne sono già date talmente tante che i pantheon tradizionali non esistono più: restano solo due fazioni composte dai superstiti, che ormai hanno come unico obiettivo lo sterminio della parte avversa. Uno dei due schieramenti è capeggiato dalla dea Atena, che adempiendo a una profezia primordiale ha assassinato suo padre Zeus, ne ha preso il posto ed è uscita di testa. Sotto i suoi colpi sono cadute molte altre divinità, di cui lei ha assorbito le caratteristiche, ma nel caos della guerra è anche andata perduta l’Egida – lo scudo a cui era affissa la testa mozzata della gorgone Medusa – l’unica arma in grado di pietrificare qualunque cosa vivente, inclusi gli dèi. Urge creare una nuova Egida se si vuole vincere la guerra. E per farlo serve una nuova testa.
Se ancora non vi basta, aggiungete semidei esperti di arti marziali, sacerdoti vudù, donne-ragno, ragazzine gotiche con dentature da alligatore, immense biblioteche nascoste in un’anfora e una manciata di mostri più convenzionali, come lupi mannari e vampiri. E, ovviamente, pietrificazioni.
Se a questo punto non vi si è smosso niente, non leggete questi libri: non vi mancheranno alternative per riempirvi le serate. Se invece vi siete incuriositi, troverete pane per i vostri denti. Certo, dovrete ignorare l’insipida presenza dei vampiri e, se non vi piace il romance, anche le parti sentimentali (che peraltro non sono molte), ma al netto di questo avrete tra le mani due libri scorrevoli, ritmati, pieni di azione, con parecchia violenza e non privi di idee interessanti. La storia è prevedibilissima, ma in quella maniera quasi rassicurante che è tipica del ‘genere puro’. La protagonista ha diciassette anni, tutte le paranoie della sua età e ogni tanto le viene da piangere, ma è anche la figlia adottiva di due cacciatori di taglie professionisti, perciò mena, accoltella e spara come se fosse la sorella perduta dei fratelli Winchester. E io approvo.
Va da sé che la aspettano nuove amicizie, nemici inumani, un amore incasinato, battaglie per le strade di New Orleans, un’operazione di commando nel cuore stesso dell’Olimpo e al vertice di tutto Atena in persona, che ha smesso di essere la compassata civetta della tradizione per diventare il corvo dei campi di battaglia. Vero che una brava ragazza non lo è stata mai – era pur sempre la dea della guerra – ma oggi veste di pelle (quella del titano Tifone), non si pettina più e ha ceduto allegramente alla sua vocazione di sadica vendicativa e creatrice di mostri, capace di alzarsi una mattina e spianare una città perché le sembra una buona idea.
Son finiti i tempi di Lady Isabel.
Insomma, Kelly Keaton gioca con le mitologie e lo fa senza troppi pensieri: il risultato magari non ha la compattezza poetica di Rick Riordan o l’esilarante originalità di Kelly McCullough, ma riesce a essere divertente, e tanto basta. Perché, se non si fosse ancora capito, Darkness Becomes Her e A Beautiful Evil sono letture da momenti di relax, del tutto disimpegnate e prive di "profondità". Ma ci vogliono anche questi libri da divano, agili sia da maneggiare – io li ho letti in formato Kindle, ma sono volumi di piccole dimensioni – che da leggere: l’importate è sapere cosa si ha tra le mani. E Gods and Monsters è relax di qualità.